lunedì 30 giugno 2008

1968: Barbey and Cartier Bresson's Sorbonne - I968: La Sorbona di Barbey e Cartier Bresson


1968 is an important year, not only for its historical significance but also for images trying to portrait it, which have remained in our social imaginary. To realize how true that is, just think of the Viet Cong execution in a Saigon street by Eddie Adams, of Paul Fusco images of a train carrying Robert Kennedy's body, of the eyes full of fear, dismay and longing for home of the American soldier shot by Don McCullin in Vietnam, of crystallized and deserted Prague during the invasion of Warsaw pact troops in the background to Joseph Koudelka wristwatch showing midday or of Black Panthers' clenched fist on the Olympic podium. Or, then again, Italian shots such of Morire di classe with the exposure of the mental asylum situation on the wave of the basaglian revolution of Gianni Berengo Gardin and Carla Cerati, the beginning of the trend that will lead, just one year later, to the publishing Luciano D’Alessandro's Esclusi...

But 1968 is for all of us the year of great working class and students revolts started in France, the year of photographs of fights and barricades, the year of clubs used on students, workmen and even photographers, as well remembers the already mentioned Gianni Berengo Gardin, hit in Venice just as he was shooting one of his most famous photographs. Amongst revolts, marches, rallies and barricades frozen in aggressive images, I like to remember two soothing pictures of the May of 1968 in France, shot by two different photographers. The first, by Bruno Barbey, is a shot of Paris Sorbonne's stairs, full of students who, during occupation, are sitting on the steps chatting and reading newspapers. From behind, a soft sun gently lights the right side of the stairs. This light gives the whole scene a Hollywood style sense of a promising future in sharp contrast with other Barbey's shots from the same period. On three pillars portrait posters stand out. From left to right from the viewer perspective, they portray Marx, Lenin and Mao. Under them we see other posters we cannot read. Something is written on the walls in the background. The atmosphere is happily quiet and static. Only a young man is moving down the stairs. In a bright May morning in Paris nothing hints to the barricades and fights of 1968 except for the markings on walls and pillars.
The other photograph shows the same place the way Henri Cartier Bresson reads it. The shooting point has been moved to the left, almost symmetrically. The stairs are now empty (emptied all of a sudden, in our comparison) and only two people are sitting on the base of the second and the third pillar, the one with Marx portrait on it. Geometries in the pavement in front of the stairs unavoidably lead the eye to the two young men sitting, and their position does not look relaxed. The lines on the floor are broken on the left by the remains of something burnt. On its very right, filling the bottom of the frame, a pile of debris forms a smoking cone. The white fumes coming out of this cone almost cover Mao's portrait, high on the pillar. In another photo Bresson will show these two young men more in detail. The atmosphere in this photo, though, is very different from that in Barbey's one. Read either in a progressive or a revolutionary way, it gives the feeling of a costly defeat, be it for the subversion of values that had been considered correct to that point or for a foresight of future events that will, in the long run, annihilate most of the issues raised by the revolts. Once again what strikes us is the synthetic ability of Bresson's eye, capable to pass through events, going well beyond them even while it captures them. The date is May 5 1968. The vacation order for the occupied university has come two days earlier. What is left of all the hopes of radical change is ashes. The smoke rising from that conical pile placed just in front of a symbol of culture looks like a warning. Participating to the events does not affect Cartier Bresson's reflection and allows him to offer a vision that goes beyond the idea or the ideology animating it. It does so by sharply showing a side of reality which few seem to be able to appreciate. The very soul of 1968 seems to vanish in that whirl of smoke rising from the debris. The fires under the ashes will keep burning quietly to lighten up again nine years later and die off slowly (at least for the time being) in the illusions of 1977. Manipulation and social control measures will show in that year (nostalgic son of 1968) their umpteenth triumph, recorded in history as usual. And to think that, since Roman Empire times, the instrumental use of social movements is a constant in the dynamics of involving masses into power.




Magnum 1968
Magnum 1968 shows.




È un anno importante il 1968, non solo per la storia, ma anche per le immagini che, cercando di raccontarlo, sono rimaste nell’immaginario collettivo. Per rendersene conto basta rievocare l’esecuzione del guerrigliero vietcong nelle strade di Saigon di Eddie Adams, le immagini riprese da Paul Fusco dal treno che trasportava la salma di Robert Kennedy, gli occhi pieni di paura, sgomento e desiderio di casa del soldato americano fotografato da Don McCullin in Vietnam, Praga cristallizzata e deserta durante l’invasione delle truppe del patto di Varsavia sullo sfondo dell’orologio da polso di Joseph Koudelka che segna mezzogiorno, il pugno chiuso dei Black Panters sul podio olimipico. O, ancora, le fotografie più italiane di Morire di classe con la denuncia della situazione manicomiale sull’onda della rivoluzione basagliana di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati inizio di quella corrente che porterà solo un anno dopo a pubblicare gli Esclusi di Luciano D’Alessandro...
Ma il sessantotto è per tutti l’anno delle grandi rivolte operaie e studentesche partite dalla Francia, l’anno delle fotografie degli scontri, delle barricate, l’anno dei manganelli usati contro studenti, operai e perfino fotografi come ben ricorda il già citato Gianni Berengo Gardin colpito a Venezia proprio mentre stava scattando una delle sue immagini più famose. Tra rivolte, cortei, assemblee e barricate congelati in immagini aggressive, mi piace però ricordare due immagini pacate del sessantottino maggio francese, realizzate per altro nello stesso luogo da autori differenti.
La prima è di Bruno Barbey e ritrae la scalinata della Sorbona a Parigi affollata di studenti che, durante l’occupazione, siedono sugli scalini parlando e leggendo giornali. Arrivando da dietro, un sole morbido illumina dolcemente la parte destra della scalinata. È una luce che conferisce al tutto una promessa di speranza nel futuro da primavera holliwoodiana che contrasta con l’atmosfera cupa di altre immagini di Barbey dello stesso periodo. Su tre colonne campeggiano manifesti con i ritratti, da sinistra verso destra per chi guarda, di Marx, Lenin e Mao. Sotto altri manifesti con testi che non possiamo leggere. Scritte sui muri in fondo. L’atmosfera è felicemente tranquilla e statica. Solo un ragazzo si muove, scendendo dalla scalinata. In una chiara mattinata del maggio parigino, ad eccezione dei segni lasciati su colonne e muri, nulla fa presagire il sessantotto di barricate e scontri.
L’altra fotografia racconta lo stesso luogo nella lettura data da Henri Cartier Bresson. Il punto di ripresa, quasi simmetricamente si è spostato a sinistra. La scalinata si è svuotata, come di colpo nel confronto, e solo due persone siedono sul basamento della seconda e della terza colonna, quella con su il ritratto di Marx. Le geometrie della pavimentazione che precede la scala conducono l’occhio ineluttabilmente sui due giovani seduti, la cui posizione appare poco rilassata. Le linee del pavimento sono interrotte sulla sinistra da resti indecifrabili di qualcosa di bruciato. Subito a destra, a riempire la parte inferiore del fotogramma, un cumulo di detriti forma un cono fumante. Il velo bianco che si leva da questo va quasi a coprire il ritratto di Mao in alto sulla colonna. In un’altra foto verticale Bresson si occuperà più specificamente dei due giovani seduti.
Ma come è diversa in questa foto l’atmosfera rispetto a quella di Barbey. Che la si voglia leggere da rivoluzionari o da progressisti, sa comunque di sconfitta e pagata cara, vuoi per la sovversione dei valori fin lì ritenuti giusti, vuoi per la sensazione di preveggenza circa gli esiti che annichiliranno nel lungo periodo buona parte delle istanze promosse dalle rivolte. Ancora una volta a colpire è la capacità di sintesi degli occhi di Bresson che riescono a passare in mezzo agli avvenimenti, andando ben oltre l’istante proprio mentre lo catturano. È il cinque maggio millenovecentosessantotto, l’ordine di sgombero dell’università occupata è di due giorni prima. Delle speranze di rinnovamento radicale è rimasta la cenere. Il fumo che sale da quel cumulo conico che sembra un monito posto com’è davanti al simbolo della cultura.
La partecipazione all’evento non ottenebra la riflessione di Cartier Bresson e gli permette di offrire una visione che al di là dell’idea o dell’ideologia che la anima riesce ad andare oltre mostrando con lucidità un aspetto del reale su quale nell’immediato pochi sembra riescano a concentrarsi.
L’anima del sessantotto sembra svanire in quel filo di fumo che si solleva dai detriti. Il fuoco sotto la cenere coverà ancora per riaccendersi nove anni più tardi e spegnersi progressivamente, per il momento, nell’illusione del 1977. La manipolazione e gli strumenti di controllo sociale registreranno in quell’anno, figlio nostalgico del sessantotto, l’ennesimo trionfo consegnato puntualmente alla storia. E pensare che dall’epoca dell’Impero Romano l’impiego strumentale e strumentalizzato dei movimenti di piazza è una costante dei meccanismi di coinvolgimento al potere delle masse...


Magnum 1968
Le mostre di Magnum 1968.


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