giovedì 30 aprile 2009

L’albero dell’autorialità

Buona Pasqua. Sembrerebbe l’incipit più naturale trovandosi a scrivere la mattina di domenica 12 aprile, Pasqua di Resurrezione 2009. Ma non è affatto quel che si dice un attacco vincente. E non solo perché quando verrà letto, sarà passato quasi un mese dalla sua stesura e non potrà che risuonare stantio, ma soprattutto perché la festa di Resurrezione difficilmente potrà essere ricordata come una buona giornata, considerati i tragici accadimenti d’Abruzzo. Mentre scrivo sono passati sei giorni dalla scossa che in pochi istanti ha lasciato decine di migliaia di persone senza più nulla o quasi di ciò che possedevano e con l’incombenza di dover procedere alla conta dei propri morti. Stampa, emittenti radiotelevisive e siti web sono ancora spazzati da una mareggiata di informazioni e servizi su quanto accaduto. Ma dopo sei giorni la forza delle onde che si abbattono sui lettori/spettatori si è già indebolita. Facile prevedere che la tempesta sia destinata a placarsi in breve tempo. E allora potremo affogare definitivamente l’accaduto nelle acque placide dell’oblio. Inutile e banale constatare come nel nostro sistema di informazione una notizia venga consumata in tempi brevissimi indipendentemente dalla sua rilevanza. Mi chiedo anche se valga la pena di dedicarsi all’analisi di come la notizia sia stata gestita. Tutto questo sproloquio e quello che seguirà nascono da alcuni post letti stamattina non appena connesso il computer a Twitter, la nota piattaforma di microblogging. Dopo un paio di post che rimandavano alle foto di Contrasto e Reuters sul terremoto d’Abruzzo, si poteva infatti leggere: «Davide Monteleone sembra aver firmato l'unico reportage fotografico dal taglio più autoriale» e a seguire «... ma c'è da dire che le immagini pubblicate non raggiungono alti livelli». Sono rimasto colpito perché, non più tardi dell’altro ieri stavo discutendo con il mio alter ego redazionale, Laura Marcolini, dell’opportunità di dedicare l’editoriale del numero di maggio proprio all’impiego della fotografia nel caso del terremoto in Abruzzo. Tecnicamente parlando le conclusioni esposte nei micropost, sono nella sostanza analoghe alle mie. Forse avrei sprecato un numero maggiore parole, ma alla fine il senso sarebbe stato lo stesso. Quindi: onore alla sintesi. Ma il punto è un altro e sta tutto in quell’aggettivo, autoriale, che dubito avrei messo sul piatto della bilancia. Non perché non riconosca a certi fotografi il titolo di Autore, ma perché ho visto sbandierare il problema dell’autorialità da troppi. In particolar modo da coloro che, occupandosi di quella che autodefiniscono fotografia colta (ovvero quella di paesaggio, territorio, architettura e ricerca) e han tutta l’aria di voler intendere che la qualità di colto sembri essere attributo del genere praticato e non dei modi in cui viene interpretato. Naturalmente le identificazioni appena utilizzate in parentesi, appariranno a un lettore attento banalizzanti e approssimative, ma purtroppo qui non ci sono gli spazi sufficienti per addentrarsi in distinzioni e specifiche. Perché dunque me la prendo con l’autorialità? Mi limiterò a un solo esempio fra quelli che mi vengono in mente per chiarire come a mio avviso certi termini possono risultare ridicoli quando sono utilizzati per cercare di nascondere o elevare artisticamente una banale realtà di mercato. In una nota galleria milanese tempo fa ho avuto il piacere di assistere all’entusiastico prostrarsi di un Artista al dictat di un fantomatico collezionista che aveva posto come condizione all’acquisto dell’opera che questa venisse ristampata su superficie lucida invece che opaca. La cosa triste è che fino a pochi istanti prima l’Artista in questione si era riempito la bocca di autorialità e intangibilità dell’opera d’arte. Ma chissà, forse davanti alla prospettiva dell’assegno si sarà consolato pensando che in fondo un vero Artista, latore di autorialità, non vede certo stravolgere il suo pensiero creativo solo perché si smonta a piacere dell’acquirente tutta l’elaborazione prodotta in fase di edizione dell’opera scegliendo un supporto opaco. Tornando a noi, ma soprattutto ad alcune tendenze del fotogiornalismo di recente affermate, progettualità, consapevolezza e autorialità sembrerebbero essere il viatico per un passaggio dalla condizione di giornalisti a quella di Artisti. Il biglietto d’ingresso per accedere a quelle gallerie dove si possono finalmente vendere fotografie nate per informare a prezzi che nessun editore si sognerebbe mai di pagare. Business is Business, soprattutto se a promuoverlo sono le agenzie fotografiche legittimamente a caccia di nuovi clienti-committenti al di fuori del consolidato ed esangue mercato editoriale. Il fotogiornalismo deve rinnovarsi, magari diventare consapevole, progettuale, autoriale appunto. Deve adeguarsi a nuovi media e a nuove tecnologie, fronteggiare la crisi di un mercato editoriale che acquista sempre più foto singole e sempre meno storie complete. Certo che il fotogiornalista deve essere consapevole e in grado di manifestare progettualità, ma per raccontare onestamente alla gente ciò che accade, non per perdere la propria identità in funzione dei contesti esterni, ovvero della committenza e dei modelli di prestigio che questa propone o impone. Dichiarare che attraverso consapevolezza e progettualità usate per denotare un lavoro pagato da un’azienda si sta facendo fotogiornalismo mi pare azzardato. Non si va più in direzione della notizia quando si affronta un reportage in cui è avvertibile la presenza di un’azienda, ma all’opposto verso l’interesse del committente, dell’agenzia, dei galleristi, dei fotografi, dimenticando il diritto all’informazione del pubblico. E non basta dire a posteriori «Io lo chiamo reportage» di fronte a una produzione con i soggetti messi in posa da due fotografi e sei assistenti. È senz’altro un ottimo lavoro fotografico, ma non è fotogiornalismo. Onore alla capacità imprenditoriale, ma chiamiamo le cose con il loro nome: marketing piuttosto che pubblicità. Di recente alla Triennale di Milano l’organizzazione di un concorso per giovani talenti creativi, in fase di accredito, ha offerto una banconota da un dollaro utilizzabile per l’acquisto del futuro catalogo. Funzionale. Si fa ricordare, colpisce, ma ho difficoltà a credere che l’uso del simbolo dollaro non implichi un messaggio ben preciso. Nel prosieguo della serata è stato teorizzato il new deal del fotogiornalismo, denotato dalla consapevolezza e dalla progettualità, ma connotato dalla committenza aziendale. Provate a mettere insieme le due cose... Non so voi, ma io sono in preda a un sano terrore. Non sottovalutiamo segnali del genere. Il passo che unisce consapevolezza e progettualità ad autorialità è breve. Siamo di fronte a fattori che incidono direttamente sull’informazione e quindi influenzano sia i processi di creazione di una coscienza di autorappresentazione sia il coinvolgimento al potere delle masse. Non dovrebbe dimenticarlo soprattutto chi produce informazione e troppo spesso tende invece a essere succube di certi mentori di autoriale e consapevole progettualità. Restiamo vigili perché a volte da piccoli semi nascono grandi alberi, ma non sempre sono alberi del bene. E la storia insegna che a volte per abbattere certi alberi possono essere necessari anche una una ventina d’anni e sacrifici innominabili.
Sandro Iovine

n. 205 - maggio 2009



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mercoledì 1 aprile 2009

Da San Donato (Milano 2009) a viale Jonio (Roma 1980)

Alessandro, uno degli studenti del corso di reportage che sta per cominciare, mi ha scritto dei suoi dubbi etici sulla fotografia. Approfitto dell’Editoriale per condividere la riflessione che è scaturita dall’e-mail su quella che in definitiva altro non è se non una delle più critiche e dibattute tematiche del fotogiornalismo, di cui dovrebbero farsi carico anche i seguaci della cosiddetta street photography. Le lettera di Alessandro: «[...] Oggi son andato a fare l'esploratore in dei vecchi stabili dell'ENI a San Donato… mi è successa una cosa un po’ strana… ero in giro per questi stabili e voltandomi un attimo sulla sinistra ho visto per terra una persona con il collo appoggiato allo stipite della porta… devo dire che subito ho pensato fosse morta, poi ho subito pensato che fosse un tossicodipendente. La seconda ipotesi era giusta, e comunque dormiva, anche se la posizione era del tutto innaturale e oserei dire scomoda… Ho fatto due foto, non mi son esposto molto, la situazione era tranquillissima ma un certo brivido gelido l'ho provato… Però una cosa mi ha un po’ preoccupato, non per questa situazione, ma come sintomo e base di un ragionamento più ampio. La ricerca di certe cose, l'inconscio cercare un determinato stato psicofisico, da cui io son molto attratto (probabilmente più addicted), potrebbe portarmi ad infrangere le norme che la mia etica mi sottopone? Potrebbe arrivare a farmi falsare la visione di determinate cose che voglio raccontare attraverso la fotografia? Lo dico e lo chiedo a lei perché conosce sicuramente molti fotografi che si son posti le mie stesse domande… ed hanno affrontato questo problema...».
E la mia risposta: «Alessandro, di fotografi professionisti, anche di conclamato livello internazionale, che si siano posti questo tipo di domande certamente ne conosco, ma dal mio punto di vista il loro numero rimane comunque troppo esiguo rispetto al totale... In realtà non credo esista una risposta ai tuoi dubbi, se non quella che troverai da solo analizzando te stesso e il tuo lavoro. Posso al massimo dirti come la vedo io. Credo che sotto il profilo etico ci sia (entro i limiti del rispetto di dignità e integrità fisica del soggetto e di stessi ovviamente) poco da preoccuparsi per ciò che avviene al momento della ripresa. Segui il tuo istinto e vai dove ti porta. Prendilo come un modo per conoscere meglio te stesso e, se del caso, ciò che ti droga. Al momento dello scatto sentiti libero, sempre nei limiti del buon senso e del rispetto per gli altri. In fase di selezione potrai trarre a tavolino e a mente fredda e lucida le conclusioni di quanto hai fatto sia sotto il profilo etico sia sotto quello pratico. Sceglierai allora se rendere pubbliche o meno le immagini, lasciarle vivere e agire nel mondo oppure distruggerle. Io credo che solo passando attraverso le cose si possa capire quanto ci rappresentano o rappresentano ciò in cui crediamo. E spesso anche ciò in cui crediamo è da scoprire attraverso il dato esperienziale. In ogni caso sarà l’esperienza accumulata in questo modo a farti evitare a priori gli scatti che sai già che non saranno destinati ad essere visti da occhi differenti dai tuoi, e viceversa fare quelli da rendere pubblici.
Nel 1980 stavo studiando per la maturità, quando sentii alla radio che il sostituto procuratore Mario Amato era stato ucciso mentre usciva di casa. Si occupava delle indagini sul terrorismo nero ereditate dal giudice Vittorio Occorsio, a sua volta ucciso quatto anni prima. Era il 23 giugno e non era certo eccezionale in quegli anni ascoltare notizie di omicidi a scopo politico. Ma quella volta era avvenuto in viale Jonio a Roma, a meno di venti minuti a piedi da casa mia. Mollai i libri e presi reflex, pellicole e obiettivi e andai sul posto. Il corpo era in terra, coperto da un lenzuolo. Intorno come si poteva facilmente prevedere era pieno di gente, polizia e carabinieri. Le facce dei presenti mi colpirono per l’indifferenza dettata dalla consuetudine con cui affrontavano l’accaduto. All’epoca avere una fotocamera al collo e un po’ di faccia tosta era ancora sufficiente per avvicinarsi ai fatti più di quanto non sarebbe stato consentito al primo passante. Cercai di organizzarmi qualche scatto molto naif della situazione (a diciannove anni ancora in attesa di uscire dal liceo non sapevo nulla della professione e agivo di puro istinto senza avere la più pallida idea di cosa stessi realmente facendo). Per farla breve quando portarono via il corpo rimasero a terra grandi macchie di sangue dov’era stato il cadavere. Una persona, non ricordo nemmeno se fosse un uomo o una donna, arrivò con un secchio pieno d'acqua e lo gettò sopra in modo un po' pietoso, un po' implacabile. Io mi ricordo di essermi piazzato con il grandangolare proprio lì davanti, quasi a prendermi addosso quella secchiata. Ricordo che in quel momento percepii chiaramente che quello non era più sangue, testimonianza di quello che fino a un’ora prima era stato un uomo. Era diventato solo un soggetto da inquadrare nel mirino in verticale, abbassandosi in modo che il sangue spazzato via fosse in primo piano, con il secchio e il gesto chiaramente visibili subito dietro. Mi sembrò una metafora chiara sia dell’accaduto e della sua rilevanza oggettiva, sia del nostro passaggio sulla terra. Mi fece una strana impressione. Impressione che non mi riuscì di allontanare nemmeno una volta rientrato in casa. Impressione che tornò durante lo sviluppo del negativo e tornò ancora in camera oscura mentre stampavo quella foto e le altre. Mi chiesi allora se fosse rispettoso far vedere ciò che io avevo visto e che al momento dello scatto mi era sembrato giusto raccontare e fissare nella memoria. Un gesto come se ne vedevano tanti in quel periodo. Un gesto che, unito all'indifferenza della gente, mi aveva lasciato un segno, mi aveva spinto a scattare. Beh, da allora quelle foto sono chiuse in un cassetto dentro una busta Agfa di cartoncino arancione e gli occhi che le hanno viste si contano sulla punta delle dita di una mano. E oggi in una situazione analoga so che il pulsante di scatto non lo premerei nemmeno.
Non so se questo piccolo episodio molto personale possa aiutarti a trovare la tua strada Alessandro. Ma, in merito alla questione etica che hai posto, al momento è la cosa più vera che posso offrirti in risposta ai tuoi dubbi. E stavo pensando che questa riflessione potrebbe diventare l'Editoriale di aprile».

Sandro Iovine

n. 204 - aprile 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di maggio de IL FOTOGRAFO.



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