mercoledì 1 aprile 2009

Da San Donato (Milano 2009) a viale Jonio (Roma 1980)

Alessandro, uno degli studenti del corso di reportage che sta per cominciare, mi ha scritto dei suoi dubbi etici sulla fotografia. Approfitto dell’Editoriale per condividere la riflessione che è scaturita dall’e-mail su quella che in definitiva altro non è se non una delle più critiche e dibattute tematiche del fotogiornalismo, di cui dovrebbero farsi carico anche i seguaci della cosiddetta street photography. Le lettera di Alessandro: «[...] Oggi son andato a fare l'esploratore in dei vecchi stabili dell'ENI a San Donato… mi è successa una cosa un po’ strana… ero in giro per questi stabili e voltandomi un attimo sulla sinistra ho visto per terra una persona con il collo appoggiato allo stipite della porta… devo dire che subito ho pensato fosse morta, poi ho subito pensato che fosse un tossicodipendente. La seconda ipotesi era giusta, e comunque dormiva, anche se la posizione era del tutto innaturale e oserei dire scomoda… Ho fatto due foto, non mi son esposto molto, la situazione era tranquillissima ma un certo brivido gelido l'ho provato… Però una cosa mi ha un po’ preoccupato, non per questa situazione, ma come sintomo e base di un ragionamento più ampio. La ricerca di certe cose, l'inconscio cercare un determinato stato psicofisico, da cui io son molto attratto (probabilmente più addicted), potrebbe portarmi ad infrangere le norme che la mia etica mi sottopone? Potrebbe arrivare a farmi falsare la visione di determinate cose che voglio raccontare attraverso la fotografia? Lo dico e lo chiedo a lei perché conosce sicuramente molti fotografi che si son posti le mie stesse domande… ed hanno affrontato questo problema...».
E la mia risposta: «Alessandro, di fotografi professionisti, anche di conclamato livello internazionale, che si siano posti questo tipo di domande certamente ne conosco, ma dal mio punto di vista il loro numero rimane comunque troppo esiguo rispetto al totale... In realtà non credo esista una risposta ai tuoi dubbi, se non quella che troverai da solo analizzando te stesso e il tuo lavoro. Posso al massimo dirti come la vedo io. Credo che sotto il profilo etico ci sia (entro i limiti del rispetto di dignità e integrità fisica del soggetto e di stessi ovviamente) poco da preoccuparsi per ciò che avviene al momento della ripresa. Segui il tuo istinto e vai dove ti porta. Prendilo come un modo per conoscere meglio te stesso e, se del caso, ciò che ti droga. Al momento dello scatto sentiti libero, sempre nei limiti del buon senso e del rispetto per gli altri. In fase di selezione potrai trarre a tavolino e a mente fredda e lucida le conclusioni di quanto hai fatto sia sotto il profilo etico sia sotto quello pratico. Sceglierai allora se rendere pubbliche o meno le immagini, lasciarle vivere e agire nel mondo oppure distruggerle. Io credo che solo passando attraverso le cose si possa capire quanto ci rappresentano o rappresentano ciò in cui crediamo. E spesso anche ciò in cui crediamo è da scoprire attraverso il dato esperienziale. In ogni caso sarà l’esperienza accumulata in questo modo a farti evitare a priori gli scatti che sai già che non saranno destinati ad essere visti da occhi differenti dai tuoi, e viceversa fare quelli da rendere pubblici.
Nel 1980 stavo studiando per la maturità, quando sentii alla radio che il sostituto procuratore Mario Amato era stato ucciso mentre usciva di casa. Si occupava delle indagini sul terrorismo nero ereditate dal giudice Vittorio Occorsio, a sua volta ucciso quatto anni prima. Era il 23 giugno e non era certo eccezionale in quegli anni ascoltare notizie di omicidi a scopo politico. Ma quella volta era avvenuto in viale Jonio a Roma, a meno di venti minuti a piedi da casa mia. Mollai i libri e presi reflex, pellicole e obiettivi e andai sul posto. Il corpo era in terra, coperto da un lenzuolo. Intorno come si poteva facilmente prevedere era pieno di gente, polizia e carabinieri. Le facce dei presenti mi colpirono per l’indifferenza dettata dalla consuetudine con cui affrontavano l’accaduto. All’epoca avere una fotocamera al collo e un po’ di faccia tosta era ancora sufficiente per avvicinarsi ai fatti più di quanto non sarebbe stato consentito al primo passante. Cercai di organizzarmi qualche scatto molto naif della situazione (a diciannove anni ancora in attesa di uscire dal liceo non sapevo nulla della professione e agivo di puro istinto senza avere la più pallida idea di cosa stessi realmente facendo). Per farla breve quando portarono via il corpo rimasero a terra grandi macchie di sangue dov’era stato il cadavere. Una persona, non ricordo nemmeno se fosse un uomo o una donna, arrivò con un secchio pieno d'acqua e lo gettò sopra in modo un po' pietoso, un po' implacabile. Io mi ricordo di essermi piazzato con il grandangolare proprio lì davanti, quasi a prendermi addosso quella secchiata. Ricordo che in quel momento percepii chiaramente che quello non era più sangue, testimonianza di quello che fino a un’ora prima era stato un uomo. Era diventato solo un soggetto da inquadrare nel mirino in verticale, abbassandosi in modo che il sangue spazzato via fosse in primo piano, con il secchio e il gesto chiaramente visibili subito dietro. Mi sembrò una metafora chiara sia dell’accaduto e della sua rilevanza oggettiva, sia del nostro passaggio sulla terra. Mi fece una strana impressione. Impressione che non mi riuscì di allontanare nemmeno una volta rientrato in casa. Impressione che tornò durante lo sviluppo del negativo e tornò ancora in camera oscura mentre stampavo quella foto e le altre. Mi chiesi allora se fosse rispettoso far vedere ciò che io avevo visto e che al momento dello scatto mi era sembrato giusto raccontare e fissare nella memoria. Un gesto come se ne vedevano tanti in quel periodo. Un gesto che, unito all'indifferenza della gente, mi aveva lasciato un segno, mi aveva spinto a scattare. Beh, da allora quelle foto sono chiuse in un cassetto dentro una busta Agfa di cartoncino arancione e gli occhi che le hanno viste si contano sulla punta delle dita di una mano. E oggi in una situazione analoga so che il pulsante di scatto non lo premerei nemmeno.
Non so se questo piccolo episodio molto personale possa aiutarti a trovare la tua strada Alessandro. Ma, in merito alla questione etica che hai posto, al momento è la cosa più vera che posso offrirti in risposta ai tuoi dubbi. E stavo pensando che questa riflessione potrebbe diventare l'Editoriale di aprile».

Sandro Iovine

n. 204 - aprile 2009



Compatibilmente con i tempi redazionali, i commenti più interessanti a questo post potranno essere pubblicati all'interno della rubrica FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! nel numero di maggio de IL FOTOGRAFO.



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