sabato 18 settembre 2010

Moriyama: tra Tarkovskij e Scott?


Daido Moriyama, Hippie Crime, 1969
fotografia b/n, courtesy l’artista.
Non so come immagini Tokyo chi non c’è mai stato. Né come l’abbia vissuta chi al contrario ha avuto occasione di visitarla. A livello personale è una città dai molteplici aspetti, una metropoli poliforme, imprevedibile. Il luogo comune vuole che girando un angolo si passi dai grattacieli ai vicoli non asfaltati dove se ha piovuto, il fango la fa da padrone. E in effetti è facile passare da città ultramoderna a angoli in cui il tempo potrebbe tranquillamente essersi fermato un paio di secoli addietro. Tra le impressioni che ricordo più vivide della prima volta che ho messo piede nella capitale giapponese c’è stata l’immediata associazione con la metropoli del futuro ipotizzata da Andrej Arsen'evič Tarkovskij all’inizio degli anni Settanta in Solaris, con i suoi infiniti cavalcavia sovrapposti che scivolano tra i palazzi e a percorrerli ti sembra di violare l’intimità di case e uffici attraverso le finestre a pochi metri di distanza. La seconda associazione è stata con le atmosfere fosche e in odore di cyberpunk del futuro proposto dall’ambientazione voluta a inizio anni Ottanta da Ridley Scott per la libera trasposizione cinematografica del racconto di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep?, meglio nota come Blade runner. Questa lunga introduzione per arrivare alla città raccontata e vissuta da Moriyama. Tokyo è spesso soggetto delle sue immagini ed appare sovente scura, per certi aspetti un cupa. Il nero abbonda, le ombre si chiudono i suoi abitanti spariscono confondendosi in esso. Non di rado perdono i tratti distinti dell’individualità per trasformarsi in icone di una visione del tutto personale. Si dice che i grandi fotografi non fotografano mai quello che hanno davanti all’obiettivo, ma quello che hanno in mente.  Questo concetto che mi piace ricordare ricordare spesso, si adatta perfettamente alla fotografia di Moriyama. 
Quella che ci propone con le sue immagini non è certo una visione oggettiva di quanto incontra nelle sue peregrinazioni prevalentemente cittadine. Sembra essere piuttosto la proiezione di quanto ciò che incontra suscita nel suo animo. La trasformazione avviene come accennato attraverso scatti strappati al volo, quasi trascurando i canoni dell’estetica fotografica classica. Ma quelle ombre profonde, quel confondersi dei soggetti a volte spersonalizzante, l’apparente confusione di alcune composizioni, lasciano una traccia indelebile nell’animo dell’osservatore attento. Usano un linguaggio che bypassa la ragione e arriva direttamente ai livelli meno razionali del sentire. Per questo a un occhio non attrezzato o peggio ad una mente non aperta possono anche apparire non degne di considerazione o prive di valore. A chi, guardandole, dovesse provare sentimenti del genere consiglio di fermarsi per un po’ cercando di lasciar andare preconcetti e luoghi comuni del vedere per affrontare quanto queste immagini comunicano alle profondità del nostro essere. Sì, proprio quelle che abbiamo dimenticato di ascoltare come testimoniano le reazioni recentemente registrate a proposito di altre immagini proposte in queste pagine. 


Le immagini di Moriyama non debbono piacerci per forza. Possono, ovviamente, non gratificare il gusto per migliaia di motivi, evitiamo però di farci scorrere sopra l’occhio in modo distratto e supponente bollandole in qualche modo. Dedichiamo loro (e a tutte le immagini che incontriamo) qualche minuto. Lasciamole parlare, penetrare dentro di noi, abbattere i muri dei nostri pregiudizi circa come dovrebbero essere o cosa ci dovrebbero mostrare. Mettiamoci in una posizione di ascolto nei confronti dell’autore. E se qualcosa ci infastidisce e ci ricaccia, cerchiamo di capire le ragioni di questo tipo di reazione. Sforziamoci di farlo.
Perché questa lunga e noiosa tirata sulle immagini di Moriyama?


Semplicemente perché quanto avvenuto in occasione della pubblicazione delle immagini di Debora Barnaba mi ha davvero spaventato. Certo il tema e le immagini non sono nemmeno paragonabili, ma non vorrei che un atteggiamento di chiusura dettato da valutazioni personali che con la fotografia nulla hanno a che vedere, mentre sarebbe interessante materia di studio per un esercito di psicoanalisti, inducessero a letture, si fa per dire, avventate delle immagini. Molti discutendo di quelle immagini su FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! hanno finito per cambiare posizione e valutazione rispetto alle immagini stesse. Qualcuno spero si sia reso conto che le sue posizioni iniziali erano solo frutto di preconcetti personali che poco o nulla avevano a che fare con ciò che era apparso sotto i suoi occhi. Diamo un senso a questa esperienza: proviamo a guardare le immagini con occhi più liberi e non facciamoci condizionare dai nostri preconcetti nella valutazione di un lavoro, non solo fotografico.

n. 220


Daido Moriyama - Visioni del mondo 
a cura di Filippo Maggia

17 settembre - 14 novembre 2010

 
Ex Ospedale Sant’Agostino
Largo Porta Sant’Agostino 228, Modena

 
Orari: dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19
venerdì 17 settembre dalle 9 alle 23
sabato 18 settembre dalle 9 alle 2
domenica 20 settembre dalle 9 alle 22
ingresso libero


Mostra realizzata in collaborazione con
Fondazione Cassa di RIsparmio di Modena


www.mostre.fondazione-crmo.it


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