giovedì 21 aprile 2011

Dalla parte del soggetto

Il ritratto realizzato da Giancarlo Rado a Lucinico.
«Ti volevo ringraziare per la pubblicazione. Di persona non lo avevo ancora fatto, per questo mi son detto: perché non fare unsalto a Lucinico?». I modi gentili di sempre, gli occhi chiari e attenti incorniciati da barba e capelli candidi, Giancarlo Rado si presenta così  domenica scorsa,  durante una pausa Portfolio a Lucinico, a due passi, anzi uno solo, da Gorizia. Giancarlo lo avevo incontrato qualche anno fa a Solighetto in un'occasione analoga e poi di nuovo la scorsa estate durante Rovereto Immagini 2010, quando si era deciso di pubblicare un articolo sul suo lavoro The Italians
«... e poi... ti volevo chiedere se posso farti un ritratto...»
Ahia... e ora come la scampo? Non fosse una persona  gentile, potrei inventarmi qualcosa, ma con lui non me la sento. Nonostante sia l'ultima delle cose che desideri, accetto. So come fotografa e mi fido... una parte di me è perfino divertita nonostante un imbarazzo... struggente. Mi accordo per finire le letture portfolio mancanti e poi essere a sua disposizione.
«Va benissimo! Ti porto via al massimo un... beh diciamo... venti minuti... intanto vado a cercare un posto... magari un muro bianco.»
E come quando devi andare dal dentista il tempo inizia a scorrere con una velocità inaudita e in un batter di ciglia la lista degli gli iscritti alle letture si assottiglia fino a sparire... provo meschinamente a chiedere se c'è qualcun altro che vuol farsi leggere il portfolio, ma  il gesto risulta tanto inutile quanto disperato.
La moglie di Giancarlo, Marina, viene a prendermi (ho il sospetto che Giancarlo tema un colpo di coda dell'ultimo momento con rocambolesca fuga modello Mission Impossible 8000) e mi accompagna nel luogo, vicinissimo, dove il treppiedi è già montato è l'Hasselbald aspetta paziente. Mi colpisce il perfetto stato della fotocamera. «A me non durerebbe un mese così perfetta» penso. Giancarlo inizia a caricare la fotocamera mentre mi spiega cosa vuole fare.
GIancarlo Rado durante la realizzazione del ritratto.
© Marina Bottacin.
«Ti ho osservato... mentre guardi le fotografie sollevi spesso il sopracciglio sinistro... mi piacerebbe se riuscissimo a farlo vedere in foto».
Hai detto niente! Nemmeno me ne ero mai reso conto di sollevare il sopracciglio guardando le immagini.
«Prova ad appoggiarti al muro, magari metti le mani nella cintura... ecco, prova così...» dice mentre mi mostra come desidera che mi metta.
«Ecco... dai mettici quell'aria di superiorità che hai di solito...».
E vai! Prima il sopracciglio alzato e adesso pure l'aria di superiorità... poi dice che non risulto simpatico a prima vista... se questo è il modo in cui mi vedono di solito comincio a essere curioso di vedere come va a finire. E poi come si fa a tirar su un'aria di superiorità quando sai che a pranzo ti sei pure macchiato la camicia come un bambino che sta imparando a tenere in mano il cucchiaio. Almeno non mi facesse tenere aperta la giacca con la posizione delle braccia.
Mi rendo conto che sto vivendo in diretta ciò di cui tanto a lungo avevamo parlato in occasione della pubblicazione dell'articolo (per chi fosse interessato il post con la trascrizione della conversazione è disponibile qui). È una strana sensazione... non pensavo che mi sarebbe capitato di viverla da protgonista. Immaginavo al massimo da testimone.
«Ne facciamo una mentre sei leggermente girato, poggi su una spalla sola e un'altra con tutte e due le spalle, parallelo al muro».
Sento sulla schiena il ruvido della finitura del muro atraverso la stoffa della giacca e della camicia. Non avrei mai scelto di farmi fotografare in questo modo, anche se, lo devo riconoscere, la posizione mi appartiene e ci sto decisamente comodo. Ma come fa lui a saperlo che ci siamo incontrati di persona così poco e in situazioni tanto formali?
GIancarlo Rado durante la realizzazione del ritratto.
© Marina Bottacin.
Inizia a scattare, l'imbarazzo sale e scende, come un alternarsi di onde lente e lunghe. Il rullo 120 con le sue dodici pose finisce tra una chiacchiera e uno «sguardo dritto, proprio nell'obiettivo». Credo che sia durata meno dei venti minuti promessi, ma ovviamente a me  sul momento è sembrata cosa molto più lunga. Adesso, però sono proprio curioso di vedere cosa è uscito fuori. Mentre scattava mi è venuto in mente un passo del libro che ho finito di leggere proprio pochi giorni fa: «Quando la proiezione fu terminata la luce grigia del giorno si diffuse nella libreria e cominciò la discussione. La maggior parte degli scrittori riteneva che fossi riuscita magistralmente nei ritratti degli altri, ma per quanto riguardava loro non erano della stessa opinione. Toccai ancora una volta con mano la nostra incapacità di unire le nostre due immagini: quella che abbiamo di noi stessi e quella che ci viene presentata, che è il riflesso della nostra personalità percepita dagli altri».*
Il risultato l'ho visto ieri sera, ricevuto per posta elettronica e preannunciato da un SMS. È un ottimo ritratto. E la macchia sulla camicia non si vede... mi pare. Forse il timbro clone di Photoshop ha avuto pietà di me. Non riguardasse me approverei  questo ritratto in modo incondizionato. Ritraendomi non posso esimermi dall'esaltare il fotografo e la sua sensibilità e censurando nel contempo il soggetto. Mi sono reso conto di provare istintivamente la reazione deigi scrittori convenuti alla proiezione di Giséle Freund, ma cosciente di questo trovo che sia un buon esercizio vedersi con occhi che non siano i propri allo specchio. 
Il ritratto, lo ripeto, mi piace. Io mi trovo un po'... sfuggente, ma forse è solo la memoria di quanto fosse imbarazzante stare davanti all'obiettivo.

* Giséle Frend, Il mondo e il mio obiettivo, Abscondita, Milano, 2011; pagina 133.

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