mercoledì 28 dicembre 2011

Quando una foto diventa icona

Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi di Nasir Bagh
vicino a Peshawar,
 Pakistan, 1984. © Steve McCurry, d
alla mostra 
Siamo la civiltà delle immagini, si sa. Ce lo hanno ripetuto tante di quelle volte che abbiamo finito per crederci. Personalmente sono convinto che piuttosto siamo la civiltà della non-immagine. Lo dico con intento dichiaratamente provocatorio per sottolineare che se da una parte è più che vero che dalle immagini siamo sommersi, è altrettanto vero che il livello di coscienza medio nei confronti dell'onda che ci investe è a dir poco scarso (certo a ben guardare potremmo discutere anche sul senso profondo della parola civiltà, ma questo è un altro discorso). Siamo guidati e condotti per mano come bambini dalle non particolarmente vivaci doti intellettive a comprare, votare, comportarci come ci viene detto. La macchina che produce tutto questo è ormai rodata e perfetta. Ha alle spalle millenni di esercizio puntale e rigoroso, talvolta supportato da una sana dose di violenza che rimette sempre in chiaro i principi fondamentali del nostro agire, e ormai può godere di un bagaglio tecnologico di notevole rispetto. All'interno di quest'ultimo l'impiego delle immagini ha ormai raggiunto un livello di spietata raffinatezza incentivata a dismisura dalla mancanza di consapevolezza che mediamente si riscontra nel pubblico, come direbbe chi si occupa di semiotica, negli spettatori. Basta osservare come reagiscono le persone di fronte a un'immagine. Nella valutazione di questo fenomeno devo dire che sono in qualche modo molto agevolato dal lavoro che faccio sia come giornalista, sia come docente e/o persona che si presume abbia qualche competenza in ambito fotografico. Il mio vantaggio consiste nell'avere la possibilità di osservare più o meno quotidianamente un numero ragionevolmente ampio di persone che si rapportano all'immagine. L'aggravante è che per posizione in base alle teorie sul campionamento, le persone che posso osservare più facilmente costituiscono un campione abbastanza alterato, in quanto mediamente appartengono tutte a un gruppo che nutre un interesse specifico nei confronti della fotografia e che quindi, almeno in teoria, dovrebbero essere un po' più attrezzate per poter decodificare i contenuti comunicativi presenti nel testo-immagine. Di fatto l'assoluta maggioranza delle persone, non avendo ricevuto un'educazione specifica alla lettura delle immagini, intende quest'ultima come la descrizione di quanto nell'immagine stessa viene rappresentato. Ovviamente se poi si tratta di una fotografia il fenomeno viene fortemente acuito dalla presunzione che lo strumento fotografico riproduca in modo fedele la realtà. Di fatto questa nella migliore delle ipotesi è una lettura di primo livello, quello che avviene automaticamente in ogni soggetto normodotato in possesso del senso della vista. L'idea che l'immagine sia un vero e proprio testo, in genere non sfiora nemmeno le menti, figuriamoci quella che il testo possa essere latore di un messaggio e questo possa avere più di un livello di decodifica. Del resto sto qui a lamentarmi di quanto accade con le immagini, ma non è che poi con i testi fatti di parole siamo messi tanto meglio... ma almeno a scuola in genere si è incontrato qualcuno che ha ventilato la possibilità che esistano più livelli di lettura di un brano di letteratura. 
La conseguenza prima di una situazione del genere consiste nell'incapacità di filtrare le informazioni che attraverso le immagini ci vengono proposte. Fermarsi alla mera descrizione di quanto si vede impedisce bellamente di attivare quelle strutture critiche che ci permettono di adeguare la nostra azione al ruolo di ricevente del messaggio prodotto da qualcun altro. La conseguenza è che le porte sono aperte, o meglio spalancate, alle intenzioni occulte dell'emittente del messaggio. Così se ci troviamo di fronte a un cartellone pubblicitario sei metri per tre che vuole promuovere l'acquisto di un divano e ce lo presenta con una bella ragazza più o meno completamente spogliata, veniamo attratti (vi prego di apprezzare l'eufemismo) dalle grazie della suddetta fanciulla e se siamo molto sensibili a queste finiamo pure per acquistarlo. Ora diranno i più smaliziati, questo significa che il messaggio pubblicitario ha funzionato facendo associare, non senza una vena di onanismo consumistico, il possesso del divano a quello della ragazza. Standing ovation per il creativo che l'ha pensata e soddisfazione da parte del produttore di divani e, se davvero siamo ipercritici e pure un po' moralisti, scappellotto per l'incauto compratore, che magari il divano lo aveva già ed era pure nuovo. Ma è tutta qui la capacità di lettura? O c'è ancora qualcosa? Per esempio questo ragionamento non prevede la definizione dei ruoli sociali che vengono disegnati in modo sillogistico con una chiarezza impressionante. Un'immagine come quella tratteggiata poc'anzi non fa solo vendere il divano associando i piaceri dell'alcova (oggi gli eufemismi mi vengono così, senza controllo) a quelli del possesso del divano, ma produce una definizione precisa ed esplicita del ruolo sociale della donna e implicita di quello maschile. La donna è reificata ad oggetto di compravendita, posta più o meno sullo stesso del divano, sia pure con altra funzione d'uso, e il maschio è legittimato a esercitare il ruolo di compratore. La ridondanza di messaggi visivi come questo permette di forgiare l'immaginario collettivo senza che i soggetti del lavaggio del cervello siano minimamente coscienti di quanto sta accadendo. 
La copertina del National Geographic
del numero di giugno 1985.
Analogo discorso si può fare spostando il campo di osservazione dal sociale al politico. Ci sono immagini che assurgono al ruolo di icona, anch'essa collettiva attraverso meccanismi a volte estremamente complessi che richiedono analisi e destrutturazioni dell'immagine a volte piuttosto complesse. Il miliziano morente o lo foto dello sbarco in Normandia di Capa sono icone che spesso ci dimentichiamo di ricordare esistono perché una certa parte politica e militare ha vinto la Seconda Guerra Mondiale. Se avesse vinto il Terzo Reich, forse staremo qui a ricordare le foto della Riefensthal e dei suoi gagliardi atleti ariani. 
La stessa foto di Steve McCurry della ragazza afgana dagli occhi verdi è figlia di un processo di implicito coinvolgimento al potere delle masse che gioca sull'impiego dei gradienti cromatici che si rifanno ai colori tradizionali della bandiera afgana. 
Non dimentichiamoci infatti che proprio nel periodo in cui la foto viene diffusa attraverso la celeberrima copertina del National Geographic (giugno 1985), l'Afghanistan è sotto occupazione sovietica (24 dicembre 1979 - 2 febbraio 1989) e la sua bandiera è stata resa drammaticamente simile a quella con falce e martello giallo in campo rosso dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche. Ovviamente questo non toglie nulla al fatto che si tratti di una gran fotografia. Ma forse val la pena di ricordare che il National Geographic è una rivista made in USA e che forse le immagini sono meno innocenti di quanto non siamo abituati a credere. E accostare un bellissimo volto, un po' spaurito, ma fiero e incorniciato in abiti tradizionali che richiamano i colori tradizionali di un paese, nel momento in cui questo è occupato dall'acerrimo nemico di sempre... beh, forse non è proprio del tutto casuale.
Da sinistra verso destra, bandiere Afgane del 1978, 1978 sotto occupazione sovietica, 1980 sotto occupazione sovietica, 1987 e 1992.
Sandro Iovine
n. 234




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lunedì 26 dicembre 2011

Salviamo Su Palatu scrivendo al Sindaco!


L'articolo di Paolo Merlini su La nuova Sardegna
del 24 dicembre 2011.
Nella discussione che si è sviluppata grazie al post precedente è nata la proposta di far partire una serie di e-mail all'indirizzo del Comune di Villanova Monteleone per chiedere che venga revocata la decisione di chiudere Su Palatu alla fotografia riassegnandogli altre destinazioni d'uso. L'amministrazione comunale sottolinea, giustamente, come ci siano da sanare delle incongruenze amministrative dovute alla scadenza del contratto in essere tra il Comune e La Soter Editrice di Salvatore Ligios avvenuta il 31 maggio 2011. Chiediamo tutti insieme che il contratto venga rinnovato.
Si tratta di un gesto civico che, a mio avviso, deve compiere senza esitazione chiunque abbia a cuore la cultura in generale e la fotografia in particolare. Si tratta di difendere uno dei pochi centri di eccellenza che abbiamo in Italia che lavora da oltre dieci anni per diffondere cultura e scambi internazionali, portando con lustro il nome dell'Italia e della Sardegna in Europa con budget irrisori e risultati inversamente proporzionali all'entità degli investimenti che sono minimi.
Ribadisco che la mia non è una presa di posizione dettata da un estro estemporaneo. Ho lavorato collaborando con Salvatore Ligios e Sonia Borsato in alcune attività di Su Palatu e posso testimoniare la qualità delle loro proposte. Probabilmente a molti assertori dell'opportunità di questo cambio di destinazione d'uso, questa sembrerà un'intollerabile intromissione dall'esterno in qualcosa che non appartiene altro che ai cittadini di Villanova Monteleone. Tanto più che la proposta viene da fuori Villanova e addirittura fuori dall'Isola. Ma il problema è che perdere Su Palatu per ciò che è stato negli ultimi più di dieci anni significa perdere tutti noi un pezzo di cultura. La perdiamo noi che sull'Isola non viviamo e non siamo nati e la perdono tutti quelli che in Sardegna sono nati e vivono, in primis i cittadini di Villanova Monteleone che con la chiusura di Su Palatu vedrebbero vanificarsi un'oppurtunità straordinaria di apertura culturale e forse anche economica per il potenziale indotto delle eventi prodotti. 
Capisco e rispetto molto più di quanto si possa supporre le posizioni di chi vuole che il proprio territorio sia gestito nel rispetto dei valori dell'appartenenza, ma vorrei proporre una semplice riflessione a chi vuole far comprendere l'inopportunità di immischiarsi in cose sarde senza essere sardi. Avere un polo culturale di riferimento internazionale nel proprio paese, non vuol dire perdere qualcosa o rinunciare a un'identità e tantomeno a quella culturale profondamente radicata nel territorio, bensì significa aprirsi a nuove prospettive da metabolizzare e integrare nella propria tradizione per rinnovarsi e non rimanere esclusi dal procedere inevitabile del mondo al di fuori delle spiagge dell'Isola. 
Accadimento tutt'altro che auspicabile per chiunque in una situazione come quella attuale.
Concludendo invito tutti a copiare il seguente messaggio da spedire al comune di Villanova Monteleone per chiedere al signor Sindaco di annullare la decisione di chiudere le attività connesse alla fotografia a Su Palatu. L'indirizzo e-mail è quello reperibile sul sito del Comune di Villanova Monteleone: comune.villanovamonteleone@halleycert.it. Questo invece è quello delle pagine Cultura&Spettacoli de La nuova Sardegna: cultura@lanuovasardegna.it cui consiglio di mandare in copia l'appello.

Alla cortese attenzione 
Quirico Meloni
sindaco del Comune di Villanova Monteleone
via Nazionale, 104 
07019 Villanova Monteleone (SS) 
Telefono: 079-960406
Fax: 079-960736 

Oggetto: Richiesta di revoca del provvedimento di riconsegna dei locali di Su Palatu entro il 31 dicembre 2011 e stipula di un nuovo contratto di gestione

In nome del valore culturale delle attività svolte nella sede di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone nel corso della gestione della Soter Editrice di Salvatore Ligios, chiediamo che, con un nuovo contratto, venga assicurata allo staff  di Salvatore Ligios la possibilità di continuare l'attività intrapresa negli ultimi dodici anni, attraverso la gestione dello spazio di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone.
La richiesta vuole invitare questa Amministrazione a riflettere sul valore culturale delle iniziative promesse all'interno di Su Palatu e sas Iscolas nell'ottica di un arricchimento culturale implicito nella diffusione e nel sostegno della cultura fotografica sarda e di uno scambio internazionale che porta lustro tanto alla città ospitante, quanto alla Sardegna e all'Italia Intera.

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venerdì 23 dicembre 2011

Su Palatu addio

Da: Salvatore Ligios 
Data: 23 dicembre 2011 13.02.56 GMT+01.00
A: IOVINE Sandro 
Oggetto: Ex SU PALATU
Ciao Sandro
Un saluto
Ligios



Da La Nuova Sardegna del 23 dicembre 2011.
Quello che avete appena letto è il testo, icastico come sempre, dell'e-mail che ho ricevuto pochi minuti fa da Salvatore Ligios. L'immagine qui a sinistra, una pagina della Nuova Sardegna di oggi, è l'allegato che la correda. Il contenuto potete leggerlo e valutarlo da soli cliccando sull'immagine per ingrandirla. Salvatore è il fondatore di Su Palatu, lo spazio che dal 2000 a Villanova Monteleone, bellissimo paesino in provincia di Sassari, ha portato una ventata di sana internazionalità non solo in Sardegna, ma più in generale in Italia. Dopo oltre un decennio di iniziative incentrate sulla fotografia intesa come vettore di conoscenza e cultura sia del territorio sia del mondo in senso più ampio, il Comune di Villanova Monteleone ha deciso di revocare la concessione di utilizzo alla Soter Editrice, la casa editrice specializzata in fotografia di proprietà dello stesso Salvatore Ligios. 
Beh, con la crisi che c'è in giro, direte Voi ce lo si doveva aspettare... Beh se dobbiamo credere ai dati riportati da Paolo Merlini nel suo articolo, la spesa annua sembra essere stata di 18.600,00 Euro l'anno... per usare le parole di Merlini «Più o meno la somma che un qualsiasi museo regionale o nazionale destina alla voce cancelleria». Ma non sta a noi sindacare le casse del sindaco Meloni, o meglio del Comune di Villanova Monteleone. Certo però che avendo personalmente lavorato con Salvatore Ligios e con chi, come Sonia Borsato, l'ha affiancato e sostituito alla guida di Su Palatu in tempi più recenti, non posso non andare incontro a un attacco di bile leggendo che è meglio tornare a Su Connottu (al conosciuto), lasciare da parte le manifestazioni per un'élite culturale e rendere Su Palatu uno spazio più dinamico per usare le parole del sindaco Meloni. Parole che magari potrebbero anche suonare di saggezza se non fosse che il dinamismo profetizzato sembrerebbe avere come modello di riferimento niente meno che Gente di Sardegna «manifestazione folk cara agli abitanti di Villanova Monteleone» latrice di cultura in forma di dotti convegni come Sa Limba Sarda Oe (giovedì 11 agosto 2011) o di una Sfilata dei Gruppi folk commentata da Salvatore Patatu (venerdì 12 agosto 2011) o di imprescindibili appuntamenti con la cultura locale come le degustazioni Su Ghisadu o Su Pane a Fittas (sempre venerdì 12 agosto 2011)
Basta quindi con questa cultura che oltretutto fa anche venire venire gente da fuori e non interessa a nessuno. Cosa importa se, grazie a Salvatore Ligios, a Su Palatu sono transitati ospiti come il C/O Berlin, Massimo Mastrorillo, Dario Coletti, Roger Ballen, Mario Dondero, Pablo Volta, Uliano Lucas John Delaney e, immeritatamente, perfino il sottoscritto (MenotrentunoEstremi: tra edonismo e nostalgia negli anni 2000).
La fine di oltre dieci anni dedicati intensamente alla cultura dell'immagine è segnata in pochi righe in burocratese con cui il Comune notifica quello che a tutti gli effetti si può considerare lo sfratto di Su Palatu: «Considerato che è intendimento di questa Amministrazione riportare in un quadro di regolarità amministrativa l'utilizzo degli spazi di Su Palatu, con la presente chiedo che entro il 31 dicembre siano consegnati liberi i locali del Palazzo, attualmente nella vostra sostanziale disponibilità.»
Non rimane che ringraziare Salvatore, Sonia e tutti quanti con dedizione si sono adoperati in tutti questi anni per far sì che Villanova Monteleone diventasse un centro di eccellenza per la Cultura internazionale invece di interessarsi alle sfilate folcloristiche e ai convegni su sa limba.
Ecce Italia...

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domenica 4 dicembre 2011

È cambiato qualcosa dai tempi di Goethe?


Angelica Kauffmann, Ritratto di Goethe nel 1787-88.
Chi ha la sfortuna di conoscermi personalmente sa bene che avere a che fare con me da vicino, vuol dire confrontarsi con un carattere indolente e tutt'altro che avvezzo allo stacanovismo... tanto meno domenicale...
A meno che... a meno che non ci sia qualcosa in grado di scuotermi dal connaturato torpore letargico, donando vigore e reattività al mio indomito e mai sopito razzismo
Razzismo culturale, sia ben inteso, e non certo rivolto alla razza. Quello per intenderci che mi fa invocare una pulizia culturale, invece che etnica, ogni qual volta si citano opere immortali con nonchalance e arbitrio volti solo a dar corpo a esercizi di stile gratificanti per ottenere un facile consenso da lettori dalla mente acriticamente atrofizzata. Ora sfortuna vuole che il nostro tempo mi elargisca a piene mani massicci dosaggi di adrenalina in forma di citazioni becere, qualunquiste e, peggio che peggio italiote, se mi concedete l'aggettivo. 
Stanotte, ad esempio, i miei incubi notturni sono stati allietati da una visita illustre favorita, suppongo, da una lettura fatta prima di addormentarmi. In un'atmosfera minacciosamente tenebrosa ho sognato niente di meno che l'immortale Johann Wolfgang von Goethe, il quale mi chiedeva alquanto risentito, di vendicare l'onore dei suoi scritti citati forse solo per ostentarne la conoscenza e fare un massaggino all'improbabile ego italiota che avvelena gli animi di questa Nazione. 
Ecco perché, in questa quasi solare domenica mattina milanese, ho faticosamente sopraffatto l'atavica indolenza avventurandomi, appena sveglio, verso la libreria prossima a cedere sotto il peso della carta. Obiettivo era recuperare quella vecchia e discutibile traduzione di Italienische Reise (Viaggio in Italia) che tanto mi è cara. Certo sono cosciente che il mio delirio onirico sia più frutto dell'eccesso di cibo serale che non dell'esordio di insperate facoltà medianiche, ma... Voi che avreste fatto se Goethe in persona vi avesse chiesto di lavare l'onta perpetrata ai danni dei suoi scritti? Per farla breve avendo chiaro il compito salvifico nei confronti dell'onore goethiano e molto meno la sezione in cui avrei potuto ritrovare quanto la memoria mi indicava essere stato scritto, ho cominciato a rileggere l'opera quasi dall'inizio. 
Di fatto il mio animo si è presto placato, come sempre accade quando mi avvicino alla musica di Bach o al verbo di Goethe («Nôstrô mazzimo pôeta!» come ricordava sempre la mia insegnante di tedesco madrelingua sposata con un italiano, frau Paganini, anzi Pakanini come lo pronuciava lei). Tanto che ho finito per dimenticare il bellicoso quanto inutile intento di reperire sferzanti controcitazioni atte a lavare l'onta e mi sono perso come un bambino tra le pagine. Fin quando non ho incontrato un brano che avevo rimosso, ma che, riscoperto in una quasi solare domenica mattina milanese mi pare più che mai opportuno condividere, a riprova dell'attendibilità di quel detto che recita che non c'è mai niente di nuovo sotto il sole.
Johann Tischbein, Goethe nella campagna romana, c. 1786, Frankfurt, Städelshes Kunstinstitut.
«Verona, 14 settembre
Il vento contrario che ieri mi spinse nel porto di Malcesine mi preparava una noiosa spiacevole avventura, superata così lietamente che mi mette allegria il solo ricordarla. Come m'ero proposto la mattina di buon ora mi recai al vecchio castello che non avendo né porte né guardiani è aperto a tutti. Mi situai nel cortile di rincontro alla vecchia torre costruita in parte sulla roccia e in parte piantata in essa. Avevo trovato un posto molto comodo per disegnare: sedetti accanto a una porta chiusa rialzata di tre o quattro scalini su di un sedile ornato come se ne vedono ancora da noi nei vecchi edifizi. Mi ero appena seduto quando diverse persone entrarono nel cortile. Esse mi osservavano, andavano e venivano. La gente aumentò finché si fermarono per circondarmi. M'accorgevo che il mio lavoro aveva richiamato la loro attenzione, ma non mi turbai e continuai tranquillamente. Infine un uomo di un aspetto che non ispirava fiducia mi domandò che cosa facessi lì. Gli risposi che disegnavo la vecchia torre per serbare un ricordo di Malcesine. Egli mi disse che ciò non era permesso e che dovevo smettere. E siccome mi parlava nel dialetto veneto, che appena capisco, mostrai di non comprenderlo. Allora, con una leggerezza tutta italiana, egli prese il mio foglio di carta, lo stracciò e lo rimise lì sul cartone. Notai fra gli astanti un mormorio di scontento; una vecchia disse che ciò non era ben fatto, che si dovrebbe chiamare il podestà per giudicare e risolvere simili questioni. Io ero in piedi e dominavo la folla che sempre più aumentava. Quegli sguardi di curiosità che mi fissavano, una certa aria di bonomia che vedevo in quasi tutta quella gente, e altre caratteristiche dell'ambiente straniero, mi davano una gradita impressione. mi pareva di avere davanti a me il coro degli uccelli che spesso avevo beffato quando rappresentavo la parte di Treufreund sul teatro di Ettersburg. Tutto questo suscitò il mio buon umore, sicché quando giunse il podestà, col suo attuario, lo salutai cordialmente. Alla sua interrogazione perché disegnassi la loro fortezza, risposi in modo modesto, che mai avrei potuto prendere quelle muraglie per una fortezza. A lui, come al popolo, feci osservare la decadenza di quelle torri, di quelle mura, la mancanza di porte e di tutti i mezzi di difesa, e li assicurai che avevo creduto vedere e disegnare non altro che delle rovine. Allora mi fu risposto: "Ma che cosa può avere di importante se è solamente una rovina?". Volendo io guadagnare tempo e nello stesso tempo cattivarmi la loro simpatia, risposi dettagliatamente ricordando loro quanti viaggiatori si recavano in Italia, unicamente per vedere le rovine. Roma, la capitale del mondo devastata dai barbari, era cosparsa di ruderi antichi cento e cento volte disegnati. Dissi che non tutti i monumenti erano così ben conservati come l'anfiteatro di Verona che speravo visitare presto. Il podestà che si trovava dinnanzi a me, ma un po' più in basso, era un uomo di alta statura senza essere molto magro. Gli si potevano dare trent'anni. I tratti del suo volto, triviali e senza espressione, rispondevano assolutamente al suo modo di interrogarmi lento e confuso. L'attuario, un uomo meno alto e che pareva più abile, fu però da principio, anche lui imbarazzato davanti a un caso tanto nuovo e strano. Io continuavo a parlare sempre nello stesso senso. Pareva che mi ascoltassero volentieri e, nel rivolgermi a qualche benevolo viso di donna, credetti scorgervi consenso e approvazione. Ma allorché nominai l'anfiteatro di Verona, conosciuto in paese con il nome di Arena, l'attuario, che intanto aveva avuto il tempo di raccogliersi, acconsentì vivamente dicendo che l'anfiteatro era un edifizio romano celebre in tutto il mondo. In quanto però alla torre, egli sosteneva che non aveva nulla di notevole, tranne che indicava il confine tra il territorio veneto e l'impero d'Austria, e che perciò non doveva essere oggetto di osservazione e di spionaggio.»1
...
...
...
È una mia impressione o, a parte il sostituire la matita con la fotocamera, non è poi cambiato gran che quel 14 settembre 1786?

1 - Johan Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, Edipem, 1973; pag. 30-31.

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