sabato 18 settembre 2010

Moriyama: tra Tarkovskij e Scott?


Daido Moriyama, Hippie Crime, 1969
fotografia b/n, courtesy l’artista.
Non so come immagini Tokyo chi non c’è mai stato. Né come l’abbia vissuta chi al contrario ha avuto occasione di visitarla. A livello personale è una città dai molteplici aspetti, una metropoli poliforme, imprevedibile. Il luogo comune vuole che girando un angolo si passi dai grattacieli ai vicoli non asfaltati dove se ha piovuto, il fango la fa da padrone. E in effetti è facile passare da città ultramoderna a angoli in cui il tempo potrebbe tranquillamente essersi fermato un paio di secoli addietro. Tra le impressioni che ricordo più vivide della prima volta che ho messo piede nella capitale giapponese c’è stata l’immediata associazione con la metropoli del futuro ipotizzata da Andrej Arsen'evič Tarkovskij all’inizio degli anni Settanta in Solaris, con i suoi infiniti cavalcavia sovrapposti che scivolano tra i palazzi e a percorrerli ti sembra di violare l’intimità di case e uffici attraverso le finestre a pochi metri di distanza. La seconda associazione è stata con le atmosfere fosche e in odore di cyberpunk del futuro proposto dall’ambientazione voluta a inizio anni Ottanta da Ridley Scott per la libera trasposizione cinematografica del racconto di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep?, meglio nota come Blade runner. Questa lunga introduzione per arrivare alla città raccontata e vissuta da Moriyama. Tokyo è spesso soggetto delle sue immagini ed appare sovente scura, per certi aspetti un cupa. Il nero abbonda, le ombre si chiudono i suoi abitanti spariscono confondendosi in esso. Non di rado perdono i tratti distinti dell’individualità per trasformarsi in icone di una visione del tutto personale. Si dice che i grandi fotografi non fotografano mai quello che hanno davanti all’obiettivo, ma quello che hanno in mente.  Questo concetto che mi piace ricordare ricordare spesso, si adatta perfettamente alla fotografia di Moriyama. 
Quella che ci propone con le sue immagini non è certo una visione oggettiva di quanto incontra nelle sue peregrinazioni prevalentemente cittadine. Sembra essere piuttosto la proiezione di quanto ciò che incontra suscita nel suo animo. La trasformazione avviene come accennato attraverso scatti strappati al volo, quasi trascurando i canoni dell’estetica fotografica classica. Ma quelle ombre profonde, quel confondersi dei soggetti a volte spersonalizzante, l’apparente confusione di alcune composizioni, lasciano una traccia indelebile nell’animo dell’osservatore attento. Usano un linguaggio che bypassa la ragione e arriva direttamente ai livelli meno razionali del sentire. Per questo a un occhio non attrezzato o peggio ad una mente non aperta possono anche apparire non degne di considerazione o prive di valore. A chi, guardandole, dovesse provare sentimenti del genere consiglio di fermarsi per un po’ cercando di lasciar andare preconcetti e luoghi comuni del vedere per affrontare quanto queste immagini comunicano alle profondità del nostro essere. Sì, proprio quelle che abbiamo dimenticato di ascoltare come testimoniano le reazioni recentemente registrate a proposito di altre immagini proposte in queste pagine. 


Le immagini di Moriyama non debbono piacerci per forza. Possono, ovviamente, non gratificare il gusto per migliaia di motivi, evitiamo però di farci scorrere sopra l’occhio in modo distratto e supponente bollandole in qualche modo. Dedichiamo loro (e a tutte le immagini che incontriamo) qualche minuto. Lasciamole parlare, penetrare dentro di noi, abbattere i muri dei nostri pregiudizi circa come dovrebbero essere o cosa ci dovrebbero mostrare. Mettiamoci in una posizione di ascolto nei confronti dell’autore. E se qualcosa ci infastidisce e ci ricaccia, cerchiamo di capire le ragioni di questo tipo di reazione. Sforziamoci di farlo.
Perché questa lunga e noiosa tirata sulle immagini di Moriyama?


Semplicemente perché quanto avvenuto in occasione della pubblicazione delle immagini di Debora Barnaba mi ha davvero spaventato. Certo il tema e le immagini non sono nemmeno paragonabili, ma non vorrei che un atteggiamento di chiusura dettato da valutazioni personali che con la fotografia nulla hanno a che vedere, mentre sarebbe interessante materia di studio per un esercito di psicoanalisti, inducessero a letture, si fa per dire, avventate delle immagini. Molti discutendo di quelle immagini su FOTOGRAFIA: PARLIAMONE! hanno finito per cambiare posizione e valutazione rispetto alle immagini stesse. Qualcuno spero si sia reso conto che le sue posizioni iniziali erano solo frutto di preconcetti personali che poco o nulla avevano a che fare con ciò che era apparso sotto i suoi occhi. Diamo un senso a questa esperienza: proviamo a guardare le immagini con occhi più liberi e non facciamoci condizionare dai nostri preconcetti nella valutazione di un lavoro, non solo fotografico.

n. 220


Daido Moriyama - Visioni del mondo 
a cura di Filippo Maggia

17 settembre - 14 novembre 2010

 
Ex Ospedale Sant’Agostino
Largo Porta Sant’Agostino 228, Modena

 
Orari: dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19
venerdì 17 settembre dalle 9 alle 23
sabato 18 settembre dalle 9 alle 2
domenica 20 settembre dalle 9 alle 22
ingresso libero


Mostra realizzata in collaborazione con
Fondazione Cassa di RIsparmio di Modena


www.mostre.fondazione-crmo.it


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giovedì 16 settembre 2010

L'etica delle foto migliori



La home page del sito dell'Agenzia Contrasto il 16 settembre 2010 alle ore 8,42.
Avete presente quel vecchio detto popolare? Ma sì, quello che recita Chi ben comincia etc... Come spesso accade la saggezza che viene dalle radici meno nobili della società trova un inquietante riscontro nella pratica dei fatti. Stamattina per esempio mi ero appena messo la cuffia per finire di ascoltare la registrazione di un incontro tenutosi il 14 settembre a Bologna presso Spazio Labò per presentare il libro di Ferdinando Scianna Etica e fotogiornalismo. Mentre continuavo a chiedermi se interpretare l'invio del file della registrazione come atto di cortesia o al contrario di estrema aggressività nei miei confronti considerati i contenuti ancor più insulsi (per usare un eufemismo) in considerazione dei nomi coinvolti (Claudio Marra, Ferdinando Scianna e Michele Smargiassi), mi sono messo a controllare la posta. 
Avrete già intuito come la giornata fosse iniziata per il meglio. Ma appunto Chi ben comincia... Infatti mentre mi ronzavano nelle orecchie megabyte di poco più che chiacchiere da bar spacciate per cultura e discorsi sull'etica, che in realtà altro non erano e non sono se non un mediocre sfoggio di conoscenza di storia della fotografia, ho aperto la prima e-mail. Nemmeno a farlo apposta era stata inviata ieri sera da un amico fotogiornalista professionista con cui avevo un appuntamento saltato per un disavventura dell'ultimo momento. Il testo coinciso e stringato va subito al cuore della questione: «Stasera ti avrei chiesto di questo: si può parlare di immagini migliori, riguardo una tragedia che ha prodotto milioni di sfollati e decine di migliaia di morti? Credo sia aberrante, come titolo. Mah». Subito sotto un allegato con la schermata della home page del sito della maggiore Agenzia fotogiornalistica italiana.
Dettaglio dela home page del sito dell'Agenzia Contrasto.
Che dicevo all'inizio? Chi ben comincia... mmm, ho quasi paura di scoprire come andrà avanti la giornata considerato che sono appena le otto e mezza.
Comunque sì, io credo che sia aberrante come titolo. Capisco perfettamente le moticazioni che possano aver spinto qualcuno a sceglierlo e utilizzarlo, ma questo non toglie nulla alla responsabilità nei confronti delle parole e delle immagini che ognuno di noi dovrebbe assumersi. Scegliendo di definire, forse sarebbe più opportuno dire pubblicizzare, le immagini che raccontano la tragedia delle alluvioni in Pakistan proponendole come una selezione delle migliori si trasforma, nemmeno troppo implicitamente ,il dramma di milioni di persone in uno spettacolo da consumare comodamente seduti sul divano con una bibita in mano e le patatine in attesa di essere mangiate posate sul tavolino. Sono le stesse maledette parole con cui vengono presentati i servizi sportivi con le migliori azioni di gioco di una partita. Ma ci rendiamo conto che tra una partita di calcio ancorché eroica e milioni di sfollati e migliaia di morti c'è ancora una certa differneza?
Io credo che questo sia uno dei tanti, veri, concreti problemi etici che ruotano intorno al fotogiornalismo. Un bel po' più conreto della discussione sull'universalità o sulla specificità fotografica del concetto di etica, con buona pace del professor Claudio Marra che, per un imbarazzante numero di minuti, è tautologicamente riuscito a disquisirci in quel di Bologna un paio di giorni fa.
Con questo non si pensi, per favore, che io sia contrario all'analisi teorica, tutt'altro. Ma se questa rimane disgiunta dalla realtà pratica e fattuale, rischia di essere solo un gesto intellettualmente onanistico in grado di riesumare e attualizzare con il proprio portato consolidate credenze sui rischi di cecità impliciti in certe pratiche solitarie. Rischi per altro metaforicamente assai concreti quanfdo si verificano casi come questo.
Voi cosa ne pensate?

martedì 14 settembre 2010

Mario Iovino: Al fronte senza iPhone

Foto di Mario Iovino, da Viaggio Interiore.
«Probabilmente nella comodità delle proprie case non si pensa a quella è la nostra quotidianità,
fatta di un’alienazione incessante che dura per tutto il tempo del mandato»

David Guttenfelder è un professionista, lavora per l’Associated Press. Anche Mario Iovino è un professionista e lavora per l’Esercito Italiano. David Guttenfelder ha conquistato cinque premi al World Press Photo. Mario Iovino ha conquistato i gradi di maresciallo. Ma cosa hanno in comune David e Mario? Nulla per quel che ne posso sapere oltre a essere stati citati uno affianco all’altro in questo blog ed aver scattato entrambi fotografie che raccontano la vita quotidiana di un gruppo di militari in Afghanistan. David ha seguito le truppe americane e le ha fotografate, tra l’altro, con il suo cellulare. Mario ha fatto il suo lavoro di militare per circa sei mesi, da ottobre 2007 ad aprile 2008, nella base conosciuta come Werehouse situata nella Violet, la strada di Kabul più famosa nel mondo per la sua pericolosità. Le fotografie afghane di David sono arrivate sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Le fotografie afghane di Mario si sono fermate sul tavolo di un ufficiale che ha stabilito che non potessero nemmeno essere inviate a Roma per una valutazione circa l’eventualità di una loro diffusione. Chi le ha potute vedere lo ha fatto in un paio di occasioni nell'ambito della microssegna di corti Eppur non si muove che ho curato presso Su Palatu a Villanova Monteleone e Spazio Maimeri di Milano.

Foto di Mario Iovino, da Viaggio Interiore.
«Il nero e le gabbie spiegano il senso di fusione tra il giorno e la notte che si trasforma abbastanza presto
in uno stato di oppressione che non ci fa più riconoscere il ritmo quotidiano che eravamo abituati a vivere»
Questo non è un confronto tra due autori non confrontabili. Tra i due lavori ci sono tante differenze: lo strumento usato per la loro realizzazione, l’uso del colore e del bianconero, il periodo in cui sono state scattate, la differente professionalità dei loro autori, lo stile inteso come tipologia di taglio, resa tonale etc. Ma soprattutto è differente l’intenzione. Da una parte un professionista dell’immagine che decide di sperimentare uno strumento non deputato per fare le sue foto che per sua stessa ammissione vorrebbero imitare (chissà mai perché) quelle dai militari alle loro famiglie, dall’altra un militare che vuole raccontare la sua esperienza per come la sta vivendo da dentro. Da una parte un uomo che per quanto condivida scomodità e pericoli è lì e vive tutto in qualche modo dall’esterno. Dall’altra un uomo che vive richiuso per circa sei mesi sapendo che il suo lavoro lo trasforma ventiquattro ore su ventiquattro in potenziale bersaglio. E la sua visione inevitabilmente è cupa, angosciosa, carica di neri, tensioni, barriere, grate che limitano lo spazio, sovrastrutture imposte, anche all’interno della caserma, da ragioni di sicurezza. Guardando le immagini di Mario Iovino si prova tutta la claustrofobia, l’incertezza derivante da una sita situazione in cui i neri esplodono raccontando non tanto quello che sta davanti all’obiettivo, quanto piuttosto quello che passa continuamente nella testa di un militare che vive ed opera in Afghanistan in condizioni di guerra. Credo che possano piacere come non piacere, ma di sicuro se si ha il buon gusto di fermarsi a guardare queste immagini sono in grado di raccontarci molto più di una pseudopolaroid.
Foto di Mario Iovino, da Viaggio Interiore.
«Sai perché la medaglietta di riconoscimento che portiamo al collo ha questi buchi?
Perché se succede
qualcosa di brutto si spezza in due e se ne inchioda metà sulla bara per l’identificazione»


Non voglio mettere a confronto due lavori che per finalità e forma non sono confrontabili, ma non riesco a non pensare che le immagini di Guttenfelder, quantomeno quelle pubblicate su Internazionale, siano più vicine a una specie di gioco che vive dell’estemporaneità. Vi lascio alle parole di Mario Iovino.




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sabato 11 settembre 2010

Al fronte con l'iPhone: un portfolio senza rischi?

La doppia pagina di apertura dell'articolo pubblicato sul numero 862 di Internazionale con le immagini di David Guttenfelder realizzate in Afghanistan con uno smartphone.
La copertina del numero 862 di Internazionale,
3-9 settembre 2010. (clicca per ingrandire)

«Hai visto Internazionale? C'è il reportage fatto con l'iPhone...» mi informa Laura al telefono dalla redazione mentre, al seguito di un viaggio stampa organizzato a Venezia da una nota azienda, attendo l'inizio della proiezione di Vallanzasca - Gli angeli del male, presentato fuori concorso alla Sessantasettesima Mostra del Cinema 
In effetti non ho nemmeno avuto il tempo di passare dall'edicola, ma il fatto che ci sia qualcuno che si sia preso la briga di realizzare un reportage con uno smartphone è in ogni caso interessante sotto molteplici punti di vista.
In realtà ho dovuto aspettare di arrivare in stazione a Mestre per avere la possibilità di andare in edicola. Il servizio era di sei pagine, da 60 a 65 comprese, a firma di David Guttenfelder, fotografo dell'Associated Press, che può vantare di essere stato premiato cinque volte al World Press Photo (nel 2001 2nd Prize People in the news, nel 2004 1st Prize Daily Life, nel 2005 1st Prize General News e 2nd Prize Sports Features, nel 2006 1st Prize Daily Life stories). Internazionale ancora una volta si è mostrato attento a ciò accade nel mondo del giornalismo, anche se bisogna ammettere che per quanto bravi quelli della redazione di Internazionale, sono pur sempre giornalisti che lavorano in Italia e quindi non sono possono essere  stati programmati per essere all'avanguardia.
Clicca qui per vedere la galleria pubblicata da Le Monde Magazine

Senza spingersi in ricerche particolarmente ossessive basta infatti girare un po' per la rete per scoprire che Le monde magazine del 19 agosto 2010 aveva già pubblicato il lavoro di Guttenfeder con il titolo iPhone de Guerre con tanto di galleria pubblicata il 22 agosto alle 10,29 (I francesi al contrario di noi quando vogliono sanno essere maledettamente, quasi puntigliosamente direi, precisi...). 
Ma a voler malignare su quanto si dorma nelle nostre redazioni, si potrebbe far spuntar fuori anche il Denver Post che... appena sei mesi prima, il 24 marzo 2010, aveva messo in rete le immagini di Guttenfelder. Suppongo si potrebbe continuare l'elenco senza troppi problemi, ma sinceramente non sono particolarmente interessato a farlo e comunque non è questo che mi interessa di tutta la storia. 
denverpost.com
Captured: Guttenfelder’s iPhone Photos
(clicca per ingrandire)
Quello che mi sembra più interessante  osservare è come il processo di trasformazione del concetto stesso di fotogiornalismo sia davvero inarrestabile.  Anche se a rigor di termini bisogna dire che i colleghi di Internazionale le foto di Guttenfelder le hanno presentate come portfolio e non come reportage, anche se poi dal testo si evince che la valenza della pubblicazione è in questa direzione.  Resta il fatto che rimane da vedere questa sottile distinzine presente nel titolo di giro quanto sia pienamente recepita dal pubblico non necessariamente abbastanza attento o in possesso degli elementi di discriminazione in proposito. 
L'impiego di uno smatphone e, congiuntamente di un'applicazione che riproduce digitalmente l'effetto di pellicole a sviluppo istantaneo, apre a mio avviso una serie di problematiche non indifferenti. Dato per scontato che del fotogiornalismo sia realizzabile anche con strumenti non deputati, che del resto potrebbero addirittura risultare fondamentali per portarsi a casa qualcosa in termini di immagini  in determinate occasioni, il problema a mio avviso nasce dall'impiego dell'applicazione  che simula l'effetto delle pellicole a sviluppo immediato. Quella impiegata da Guttenfelder, come quelle similari reperibili presso gli appositi store in rete, produce un triplice livello di trasformazione rispetto all'immagine fotografica che lo smartphone è in grado di produrre: altera la gamma cromatica per emulare  le cromie dei materiali a sviluppo istantaneo, introduce una cornice abbastanza vistosa e trasforma il rapporto dimensionale dei lati dell'immagine in qualcosa di assai prossimo al 1:1, ovvero trasforma l'immagine rettangolare, che costituisce la visione del fotografo al momento dell'inquadratura, in quadrata. Una concreta alterazione della percezione che induce allo scatto, anche se un'adeguata capacità di previsualizzazione può alinearne i potenziali effetti negativi.
Detto questo si può anche eliminare a priori qualsiasi riflessione partendo dal presupposto che ognuno è libero di interpretare formato, colore e supporto come meglio ritiene opportuno. I miei dubbi però si manifestano circa la tradizione che si portano dietro le soluzioni scelte da Guttenfelder, soluzioni che appartengono al mondo della ricerca e/o del perseguimento di un'estetizzazione dell'immagine attraverso l'emulazione delle caratteristiche dell'immagine a sviluppo istanteneo che tradizionalmente non appartiene al linguaggio fotogiornalistico. Nel momento in cui si fa un gran parlare di interventi di fotoritocco che alterano la realtà rappresentata, perché non si dovrebbe considerare alla stessa stregua il frutto dell'operato di Guttenfelder? Già la fotografia polaroid (termine da intendersi in funzione di aggettivo e per questo usato con l'iniziale minuscola) introdurrebbe una variante da discutere all'interno del linguaggio fotogiornalistico se fosse fisicamente tale. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a un'elaborazione software che altera i dati registrati da obiettivo e sensore per ottenere una determinata canonizzazione estetica che rimandi appunto alla fotografia a sviluppo istanteneo. Ovvero i pixel vengono alterati per ottenere un determinato effetto.  Ma a questo punto sorge la solita domanda: come posso io lettore/spettatore fidarmi dell'attendibilità di quello che il fotografo mi sta mostrando se già è evidente e dichiarato che ciò che sto osservando altro non è se non un'interpretazione del software (e del fotografo naturalmente) del prelievo effettuato nel reale?
Inoltre, se si deve dar fede a quanto riportato da Internazionale, ovvero che l'intento di Guttenfelder era quello di ricondurre il racconto fotogiornalistico della «vita quotidiana dei soldati » [...] «Cercando di scattare fotografie grezze, il più possibile simili alle foto ricordo che i soldati mandano ai loro familiari», si tratta sicuramente di un'operazione estremamente interessante sotto il profilo narrativo, ma altamente pericolosa sotto quello fotogiornalistico. 
Bullets are strapped across the back of an Afghan National Army soldier in Marjah in Afghanistan's Helmand province. © David Guttenfelder/AP Photo
A parte il fatto che se questo è il livello delle foto ricordo che i militari americani mandano ai loro familiari, c'è davvero da complimentarsi con le scuole di fotografia dei marines, si tratterebbe di un duplice livello di falsità. Da una parte si simula un effetto poco realistico, dall'altra si cerca di imitare la spontaneità di immagini realizzate dai protagonisti stessi delle fotografia. Senza contare che Guttenfelder per quanto possa condividere  anche empaticamente la quotidianità dei suoi soggetti, non è lui stesso un soldato di stanza in Afghanistan. È su tutto che si aggiunge l'ammiccamento al piacere estetico maturato in epoche di tecnologia analogica e ambienti assai lontani da quelli della documentazione giornalistica. 
Quindi cosa mi sta davvero raccontando Guttenfelder? La vita quotidiana dei soldati americani in Afghanistan, come afferma, o piuttosto non ci sta proponendo  una sua visione estetizzante dei fatti che gioca sullo stupore puntuale ed estemporaneo derivante da un inconsueto e decontestualizzato utilizzo della tecnologia?
In nessuno dei due casi mi sento di individuare qualcosa di particolarmente negativo. A parte ovvietà del tipo che ognuno è libero di scegliere di fare quello che gli pare nel modo che ritiene più opportuno, il vero interrogativo me lo pongo invece non tanto sull'operato del fotografo, quanto piuttosto su quello di chi queste immagini decide di utilizzarle. A mio avviso Internazionale si salva in corner proprio per aver messo quel titolo di giro che recita portfolio. Ma la forma e il contesto possono indurre in errore un osservatore non particolarmente attento, facendo confondere l'atteggiamento agiografico presente nel concetto stesso di portfolio, con il rigore professionale che dovrebbe sottendere qualunque esternazione di tipo giornalistico. E questo potrebbe essere assai pericoloso nel lungo periodo, facendo sentire qualcuno autorizzato ad alimentare il livello di confusione presente intorno al concetto stesso di informazione. Nel medio lungo periodo si potrebbero ulteriormente alimentare le tendenze che vedono sempre più assottigliarsi il confine tra  informazione e intrattenimento. Non sono contrario a queste immagini (a dirla tutta mi piaccione pure) e nemmeno al loro utilizzo. Mi verrebbero invece i brividi lungo la schiena se qualcuno tentasse di spacciarmele per informazione
Autoritratto di David Guttenfelder pubblicato da Internazionale a pagina 64 del numero 862.
© David Guttenfelder/AP Photo
Le pagine 64 e 65 del numero 862 di Internazionale.
Clicca per ingrndire l'immagine.
Provate per esempio a immaginare di aver comprato Internazionale, di aver trovato questo articolo, di averlo letto. Per la fretta o la disattenzione però vi è sfuggito il titolo di giro. La forma data dall'impaginazione  è teoricamente coerente con un reportage e altrettanto si può dire dell'argomento delle foto. Certo ci sarebbe da capire quale sia la funzione, nell'economia di un reportage, di un'immagine la cui didascalia recita «un autoritratto del fotografo».  L'immagine  non fa parte di una scheda biografica sull'autore e ha la stessa dignità di quelle che ci raccontano la situazione. L'impaginazione  le conferisce lo stesso ruolo informativo attribuito dalla disposizione in pagina alle altre immagini. Come l'autoritratto del fotografo  può rientrare nella descrizione della quotidianità dei soldati americani? Credo che quando si decide come pubblicare qualcosa ci si debba porre una serie di domande sulle conseguenze dell'atto che si sta compiendo. In questo caso se i miei dubbi sono fondati, non si sta commettendo solo una leggerezza ininfluente, ma si rafforza la stratificazione di  mascheramento del reale già presente abbondantemente nelle immagini.  Internazionale non è una rivista d'immagini da cui ci si possono aspettare delle sperimentazioni. È una testata generalista di informazione con delle peculiarità e una ben meritata credibilità. Ma  proprio questa rischia di certificare a ben più ampio spettro, sia in fase di produzione sia in fase di ricezione, la rielaborazione del prelievo dal reale con artifici estetizzanti poco attinenti al contesto fotogiornalistico. L'aggravante è proprio costituita dal fatto che tutto avviene all'interno di di un serio contesto giornalistico. Anche perché se avvenisse in un contesto di ricerca espressivo artistica, ovviamente non ci sarebbe proprio nulla da eccepire. Se quindi per occhi e cervelli abituati ad analizzare le cose criticamente, tutto questo si  potrebbe  liquidare come senz'altro blanda leggerezza redazionale, non bisogna dimenticare che nel nostro paese la maggior parte delle persone è abituata a vivere passivamente il rapporto con la comunicazione. Il che significa che, potenzialmente, operazioni come quella di Internazionale possono indurre ulteriore confusione nella distinsione già poco chiara tra il piano del reale e quello della sua narrazione.

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domenica 5 settembre 2010

Carmelo Bongiorno: Intime visioni

Carmelo Bongiorno Man in red, 2010 dalla serie Forbidden colors 110x110cm, stampa Giclée su carta cotone.
Avete mai varcato la soglia del mondo interiore di qualcuno? Beh provate a immaginare di farlo in questo momento. Avete trovato uno spiraglio d’accesso e vi siete infilati dentro e tutto intorno a voi trovate esposte in bella vista le immagini di un sentire fatto di riflessioni, timori, affetti, terrore, ironia, empatia, accettazione, curiosità...
Carmelo Bongiorno Last plate, 2008 dalla serie Forbidden colors 110x150cm, stampa Giclée su carta cotone.
Ecco più o meno è questa la sensazione che si prova varcando la soglia della Galleria Agnellini Arte Moderna per visitare la mostra antologica di Carmelo Bongiorno. Appena presa coscienza di ciò che ci circonda si ha la sensazione di aver profanato una sorta di tempio intimo. Intimo credo sia un aggettivo particolarmente adatto al mondo di Carmelo Bongiorno e non a caso il lavoro che lo ha fatto conoscere negli anni Novanta si intitolava appunto L’isola intima. Ma presto ci si accorge di non aver violato nulla perché l’accesso a quel mondo intimo, così delicato ma al tempo stesso forte, ce lo ha concesso, svelato, rivelato il suo stesso detentore.
Carmelo Bongiorno 1985-2010, Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia. © Sandro Iovine, 2010.
La mostra è un raro caso di buon allestimento minimalista che rivela consolidata attitudine da parte della galleria a trattare in modo professionale le immagini. Probabilmente questa è un'altra ragione di incanto e stupore difronte al lavoro esposto. L’ambiente dal sapore postindustriale del resto favorisce il lavoro dell’allestitore, ma credo di poter dire con ragionevole certezza che basterebbe affidare lo stesso luogo ai responsabili degli allestimenti nei maggiori luoghi espositivi milanesi per ottenere gli stessi deplorevoli risultati che si possono ammirare in piazza del Duomo e dintorni.
Carmelo Bongiorno 1985-2010, Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia. © Sandro Iovine, 2010.
La struttura della mostra ha tutti i pregi e tutti i difetti congeniti di un’antologica dedicata a venticinque anni di lavoro di un autore (1985-2010). Se infatti da una parte si possono riassumere le tappe salienti di una carriera espressiva, dall’altra è inevitabile operare una selezione che non può non lasciar fuori qualcosa. Ma nel complesso pur lamentando l’assenza di alcune immagini appartenenti al primo periodo, cui sono particolarmente legato per motivi affettivi del tutto personali e per nulla oggettivi, non posso non ammettere che il risultato sia assolutamente tra i migliori che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Non sembra nemmeno di essere in Italia.
Carmelo Bongiorno Ulivo e vento, 2010 dalla serie Voci 90x90cm, stampa Giclée su carta cotone.
Per quanto riguarda le immagini seguono la vocazione naturale di Bongiorno che, come stigmatizza efficacemente Franco Battiato nella prefazione al catalogo, è «uno dei pochi artisti che hanno la capacità, o meglio la facoltà di cogliere l’essenza misteriosa delle cose, di trasformare ricordi privati in immagini fuori dal tempo e, a volte, persino fuori dallo spazio». Quello che mi ha sempre colpito del lavoro di Bongiorno è in effetti la sua capacità di proiettare lo spettatore all’interno del suo mondo fattio di riflessioni attente, riservate, quasi pudiche. Come se ci fosse da parte dell’autore la necessità di fermare il ricordo di istanti fugaci della propria intimità più profonda per metabolizzarli prima e renderli visibili anche al resto del mondo in seconda istanza. Se normalmente è lecito parlare dell’introiezione operata da un autore nei confronti di ciò che lo circonda, nel caso di Bongiorno si potrebbe quasi dire che avvenga il processo contrario. Ovvero sono le sue opere a incorporare chi le osserva annullando empaticamente la distinzione tra sé e l’altro.
Carmelo Bongiorno Uomo tra i sassi, 2000 dalla serie Bagliori 110x110cm, stampa Giclée su carta cotone.
Nel corso degli anni si ha quasi la sensazione che sia cambiato il rapporto con lo spazio di Carmelo Bongiorno. Nella costante del suo lavoro c’è sempre la volontà di trascendere il dato formale dello strumento fotografico proprio attraverso l’accentuazione di alcune sue peculiarità. Se infatti tradizionalmente il messaggio fotografico e la relativa estetica che ne deriva ha cercato con insistenza una riproduzione dettagliata del prelievo effettuato dal reale, Bongiorno ha sempre provato a invertire il rapporto cercando dapprima attraverso il fuoco selettivo (forse sarebbe meglio coniare il termine di ultra-selettivo nel suo caso) e più recentemente indagando la scarsa definizione indotta dal mosso controllato. Il risultato è comunque quello di uno straniamento dal reale, un capovolgimento della sfera del reale che ci proietta appunto in quel mondo di riflessioni, pensieri e ricordi intimi da cui è partito il ragionamento. Ma rispetto ai primi lavori il taglio delle ultime opere sembra restringersi non tanto formalmente, quanto piuttosto concettualmente. Come se l’autore con il passare degli anni avesse concentrato la propria attenzione ancor più sul dettaglio. Se però inizialmente il dettaglio era metonimico, nelle opere più recenti ho la sensazione che Bongiorno non cerchi più di condurci attraverso il particolare verso un contesto più universale o comunque di maggior respiro. Il dettaglio sembra concludersi in se stesso, nel mondo che rappresenta, quasi vivesse una sorta di isolamento rispetto al resto. Un po' come trovarsi in una stanza e concentrarsi solo su ciò che in essa si trova, elidendo dallo scibile ciò che rispetto ad essa si trova al di fuori.

Carmelo Bongiorno Ultimo volo, 2000 dalla serie Bagliori 110x110cm, stampa Giclée su carta cotone.
Il corpo tronco di un aereo circondato da un’oscura minaccia nera, quello di un uomo di cui vediamo solo la torsione del busto avvolta nel rosso della maglia, un ulivo scosso dal vento che sembra diventare il centro di un vortice di creazione non è dato sapere se dell’universo o del pensiero, una lavatrice che sembra vista di sfuggita durante un domestico spostamento notturno, un frigorifero che svela il proprio contenuto e parla dell’istante, del vuoto, della presenza e dell’assenza, i piedi di un uomo tra sassi che si allungano in ombre profonde, Voci, Bagliori appunto. Riverberi di una quotidianità ineludibile, ma non per questo non indagata dall’autore. E con scelte sempre forti sotto il profilo espressivo dalle grandi superfici sfocate de L’Isola intima, ai contrasti forti e carichi di movimento di Voci e Bagliori per arrivare ai colori acidi dichiaratamente e volutamente innaturali di Forbidden color. Tutto per descrivere attraverso le opere l'evoluzione dell'Uomo Carmelo Bongiorno. Ma forse anche di tutti noi.


Carmelo Bongiorno 1985-2010
a cura di Dominique Stella
8 giugno – 25 settembre 2010

via Soldini 6/A – 25124 Brescia
da martedì a sabato 10.00/12.30 e 15.30/19.30
Chiuso domenica e lunedì

Per informazioni 
tel. 030-2944181 
fax 030-2478801 

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mercoledì 1 settembre 2010

Professione: reporter di guerra su Radio 24

Poco tempo fa una cara amica che lavora in RAI mi raccontava che la parola d'ordine aziendale per chiunque vada in onda con un qualsiasi programma è alleggerimento. Credo che questa confessione, fatta a denti stretti e con tutta la frustrazione di chi cerca di lavorare seriamente, sia  almeno pleonastica per chiunque abbia un minimo, ma veramente un minimo, di spirito di osservazione. Il problema è che alleggerendo, alleggerendo siamo finiti a trattare del nulla più assoluto. Per fortuna ci sono delle eccezioni. Tra queste mi permetto di segnalare la breve stagione, che personalmente mi auguro abbia un seguito, di Nessun luogo è lontano, una trasmissione radiofonica ideata e condotta da Giampaolo Musumeci su Radio 24
Giornalista e fotografo, Musumeci ha condotto Nessun luogo è lontano dando spazio a tematiche di informazione spesso trascurate, sottolineando le caratteristiche della professione sia di giornalista sia di fotogiornalista, miscelando le proprie esperienze con quelle di alcuni dei più importanti giornalisti italiani. Personalmente ho avuto l'onore di affiancare in studio ospiti telefonici prestigiosi come Ettore Mo, Fausto Biloslavo e Franco Paggetti in occasione della puntata intitolata Professione: reporter di guerra in onda il 25 agosto.
Credo che chiunque si interessi non tanto alla fotografia o al giornalismo, quanto ai nostri tempi, troverà interessante la trasmissione, di cui allego di seguito il link al podcast di Radio 24
Nessun luogo è lontano - 25 agosto 2010 - conduce Giampaolo Musumeci
Ospite in studio: Sandro Iovine - Ospiti telefonici: Fausto Biloslavo, Ettore Mo, Franco Pagetti


A completamento del tema affrontato durante la trasmissione allego un interessante frammento di intervista ripresa da Internazionale (e segnalatomi da Laura Marcolini che ringrazio) a Tiziano Terzani, personaggio che tendo a non amare per l'eccessiva esposizione mediatica che all'indomani della morte ne ha travolto il lavoro, ma che riassume in modo assai efficace la sua concezione della professione di giornalista.



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