venerdì 31 dicembre 2010

Oliviero Toscani: «Era anoressica nel cervello»

Isabelle Caro. Immagine linkata dal sito 11news.us.
Toscani, dal canto suo, aveva difeso la sua campagna definendola «una sorta di Urlo di Munch» contro la malattia. Così, tra il patetico e il surreale, secondo Corriere.it, quell'ineffabile personaggio che risponde al nome di Oliviero Toscani avrebbe definito il proprio lavoro del 2007. Sì, quello tornato in auge in questi giorni con la morte della modella Isabelle Caro, quello che si proponeva di vendere abiti con l'immagine di un ragazza anoressica nuda, salvo tentare di spacciare tutta l'operazione come una operazione di Pubblicità Progresso contro l'anoressia.
La vicenda è nota. La campagna del 2007 per una casa di moda fu realizzata, con la consueta messa in scena para-socializzante, utilizzando una modella anoressica che pochi giorni fa è scomparsa presumibilmente per complicazioni derivanti dalla sua malattia.
Sono due le considerazini che mi vengono spontanee. La prima è che non ci si fermi nemmeno davanti alla morte per continuare promuovere la propria immagine. Come era prevedibile i colleghi si sono precipitati come mosche sul miele alla corte del signor Toscani per chiedergli un'illuminata opinione su un argomento che forse di per se non merita particolari approfondimenti. Quello che colpisce nelle sue parole è a mio avviso la totale assenza di una qualunque empatia nei confronti della persona che evidentemente per lui era solo un oggetto davanti all'obiettivo, un mezzo per raggiungere il suo scopo e null'altro. A dirla tutta siamo al limite del disprezzo. Se poi si fa un giretto per la rete poi si possono trovare conferme a questa sensazione: «Non sapevo che fosse morta» ha detto [Oliviero Toscani ndr], senza essere tuttavia sorpreso dalla notizia del decesso della 'ragazza che non voleva crescere. Sembra quasi che il signor Toscani voglia sottolinearci la magnanimità con la quale si è chinato verso una povera malata di mente, che però in quanto tale non poteva che finire in quel modo. Un altro po' e arrivamo anche a dire che probabilmente era giusto che morisse, che se lo meritava in fondo, perché era malata e voleva esserlo.
Di sicuro l'immagine non ha recitato un ruolo salvifico nei confronti di Isabelle Caro. Le dato popolarità per un periodo breve, ma non le ha tolto la morte di dosso. E da questo  prende il via la seconda osservazione.
«Queste foto sono un orrore. Ho accettato di partecipare a questa campagna per avvisare le ragazze giovani, mostrando loro i pericoli dei regimi, i dettami della moda e le devastazioni dell'anoressia» avrebbe dichiarato la stessa Caro. Ma davvero vogliamo credere che questa semplicistica spiegazione possa essere sufficiente? Se le radici dell'anoressia sono profonde al punto da consumare una persona fino alla morte, possiamo davvero illuderci che una campagna pubblicitaria (perché non dimentichiamoci che di questo stiamo parlando) possa  da sola fermare una malattia come l'anoressia? 
Ma forse è un incompetente lo psichiatra francese Marcel Rufo, che a suo tempo commentò «Questa foto è un grosso colpo di marketing, eticamente abominevole»
Ma del resto i francesi si sa che sono inguaribili bigotti, altrimenti come spiegare il veto posto dall'Ufficio Francese di Controllo della Pubblicità alla campagna, mentre Toscani dal canto  suo, rispondendo alle critiche ricevute avrebbe detto: «C’è una bellezza nella tragedia. Il paradosso è che ci si sconvolge davanti all’immagine e non di fronte alla realtà. Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo».
La cosa peggiore è che una parte di verità in quest'affermazione c'è davvero. Toscani  infatti con il suo agire testimonia il nostro tempo fatto di avidità, di non considerazione della dignità umana, di disprezzo per il valore delll'individuo, di guadagno personale come unico parametro per condurre la proria esistenza anche a scapito di terzi.
Ecce homo?

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giovedì 30 dicembre 2010

La T-shirt per la veglia funebre


Confezioni di pellicola Kodachrome
databili intorno agli anni Quaranta.
204. Tranquilli non state per affrontare una sinossi storica. Sono le 15,36 del 30 dicembre 2010 e 214 è il primo numero di un conto alla rovescia. 214 sono infatti i minuti che mancano alla sospensione definitica del servizio di sviluppo delle pellicole Kodachrome nell'ultimo laboratorio  (Dwayne’s Photo Service a Parsons, Kansas, USA) che ancora effettuava il trattamento.
203. Messa in commercio nel 1935 la Kodachrome è stata ritirata dal commercio e come recita un comunicato stampa della Casa Gialla del 22 giugno 2009 «era divenuta la prima pellicola a colori di successo al mondo».
202. Dopo il successo straordinario Kodak lo scorso anno era stata costretta ad ammettere dopo settantaquattro anni di onoratissima carriera che la Kodachrome aveva «subìto un drammatico declino negli ultimi anni, a causa del passaggio dei fotografi alle pellicole Kodak più recenti e alle tecnologie del digital imaging».
201. Inevitabili le conseguenze per il mercato dal che momento in cui il produttore aveva pubblicamente affermato che ormai «la pellicola Kodachrome rappresenta solo l’uno per cento delle vendite totali di Kodak nel settore delle pellicole».
200. «La decisione di ritirarla è stata sicuramente difficile, data la sua splendida storia» dichiarava in conseguenza lo scorso anno Mary Jane Hellyar, President di Kodak’s Film, Photofinishing and Entertainment Group. Ma si sa che cuore e affetti non contano in questi casi.
199. E ora dopo aver dismesso la linea di stesa emulsione e la conseguente commercializzazione del prodotto, mancano solo 199 minuti alla fine del trattamento  presso Dwayne’s Photo Service che avverrà alle 12,00 (le 19,00 italiane).
198. Domani la Kodachrome entrerà nella storia e rimarranno solo le immagini che l'ahho resa famosa grazie a fotografi di tutto ilmono, professionisti e matori che l'hanno apprezza tae sfruttata. Per ora rimane questo e la paginetta dedicata da Kodak sul sito In memoriam.
La pagina del sito di Dwayne's Photo con l'offerta della maglietta commeorativa della Kodachrome.
197. Se la notizia vi affligge particolarmente potete sempre provare a consolarvi con l'iniziativa di Dwayne’s Photo Service ha previsto per commemorare l'ultimo sviluppo una T-shirt in cotone al 100% disponibile nelle taglie per adulti Small, Medium, Large, XL e XXL  alla modica cifra di 12,95 dollari.

196. Io avrò un pessimo carattere, ma sincerametne non credo che verserò una lacrima per la scomparsa nemmeno tanto prematura. Non foss'altro perché se qualcuno si prende la briga di inventarsi la maglietta commeorativa, ci sono buone possibilità che qualcun altro se la compri per alimentare le sue tecno-nostalgie e i suoi tecno-feticismi. 
195.  E allora ben venga il cambio di tecnologia che spazza via le certezze del passato e ci impone nuove sfide. Se si trasforma la tecnologia non per questo l'essere umano finirà di produrre immagini. In fondo lo facciamo dall'epoca di Lascaux, ovvero da appena 17.000 anni.
194. Se non abbiamo mai smesso di produrre non sarà la fine della Kodachrome a impedircelo. Stiamo vivendo una fase di evoluzione e per quanto possa essere fastidiosa, l'innovazione è reale e invece di pensare al passato sarebbe il caso di pensare al futuro. E ora se ne avete voglia continuatela voi la veglia funebre.
193. ...

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mercoledì 29 dicembre 2010

Auguri dallo Spazio!


Italy seen from the Mediterranean Sea. From above the Earth, dedicated to all Italians around the world! 27 Dec 2010 - L'Italia vista dal Mediterraneo. Da sopra il mondo, dedicata a tutti gli italiani nel mondo! Credit: ESA/NASA

« Paolo Nespoli 
Dedicata a tutti gli italiani nel mondo! L'Italia vista dal Mediterraneo »

Così astro_paolo, alias Paolo Nespoli, ha salutato su Twitter gli italiani e il mondo annunciando la publicazione su Flickr dell'immagine della nostra penisola vista dallo spazio che ha già fatto il giro del web e dei telegiornali nazionali. Nonostante la sua popolarità (8468 visualizzazioni mentre scrivo, ma da quando ho iniziato se sononaggiunte quasi duecento...) tutto si può dire meno che questa sia una bella immagine.  Basta aprirla alle dimensioni originali in cui è avvenuto il caricamento, per far prendere un infarto a qualsiasi fotoamatore incarognito nei confronti del rumore video. e anche sotto il profilo meramente estetico... beh lasciamo perdere. Ma ovviamente il suo valore risiede altrove, certo non nelle qualità tecniche e/o estetiche.
Naples and the vulcano Vesuvio as seen from ISS! - Napoli e il Vesuvio vista dall'ISS! Credit: ESA/NASA

La messa in rete direttamente dallo spazio di imamgini o di messaggi non dovrebbe stupirci più di tanto al giorno d'oggi, eppure credo che basti osservare con attenzione l'interesse che ha suscitato l'avventura dell'astronauta italiano in orbita intorno alla Terra per capire quale sia il valore reale di queste immagini. La fotografia sta forse rivivendo la sua epopea gloriosa di tramite in grado di portarci oltre i limiti del tempo e dello spazio? Non sta certo a me dirlo, ma credo che tutti dobbiamo ammettere di aver provato curiosità all'idea di vedere con i nostri occhi quello che stava osservando poco prima il nostro connazionale. E dopo averlo visto, sia pure con una qualità che lascia a desiderare, ammettiamolo, un brividino lo abbiamo provato tutti.
Ma ci farebbe lo stesso effetto una fotografia scattata pochi minuti fa in Egitto piuttosto che in Cina? Una fotografia intendo che non sia legata a un accadimento eccezionale. Un buon paesaggio che ci mostri un pezzetto di Egitto o di Cina...


Northern Italy at night
Northern Italy at night, 27 Dec 2010 - Il nord Italia. Bellissima notte! - Credit: ESA/NASA

Probabilmente, quasi sicuramente, no non ci farebbe lo stesso effetto. Perché molto banalmente tutti o quasi oggi abbiamo la possibilità di comprarci un biglietto aereo e in un numero ragionevole di ore trasferirci in luoghi agli antipodi per vedere direttamente quello che la fotografia ci mostra. Inoltre decine e decine di anni di immagini fisse e in movimento consumate in tutte le salse ci hanno assuefatto, tolto lo stupore ancestrale di fronte alle immagini di luoghi per noi lontani.

I double checked tonight and you guys are right: it was London and not Paris! Who moved them the other night?
Ho riguardato questa sera e avete ragione, era Londra e non Parigi... Accidenti, chi le ha spostate l'altra sera? Credit: ESA/NASA

Ma ai nostri nonni, ai nostri bisnonni che effetto facevano quelle immagini dell'Oriente lontano e misterioso che oggi noi osserviamo con indifferenza nei libri di storia della fotografia? Probabilmente quello che alla maggioranza di noi fanno oggi le immagini linkate amabilmente da Paolo Nespoli. Per quanto non vergine a queste prospettive il nostro occhio coglie ancora con stupore questo tipo di testimonianze iconografiche perché tutti noi abbiamo la quasi certezza che non riusciremo a vedere di persona ciò che astro_paolo sta vedendo in questo momento. Ma ai nostri nipoti, alla peggio ai nostri bisnipoti, adusi al viaggio nello sapzio come noi lo siamo al treno e all'aereo, probabilmente immagini del genere desteranno solo profonda indifferenza, risvegliata al più dalla scarsa qualità delle tecnologie utilizzate per la loro acquisizione. Un po' come quando oggi noi guardiano con un misto di supponenza  e tenerezza gli aloni mossi intorno ai volti nei vecchi ritratti figli dell'impazienza dei soggetti e della lentezza dei supporti sensibili del secolo scorso.
Per i nostri nipoti e bisnipoti forse sarà così, ma noi per ora godiamoci lo stupore qualche immagine e un video-augurio dallo spazio.


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domenica 26 dicembre 2010

Hai mai visto morire qualcuno? Ecco la sequenza della tragedia*


Al centro della legge ci deve essere sempre l’uomo è il titolo di un intervento di Maria Grazia Zoncu, giudice del tribunale di Busto Arsizio, pubblicato da La Prealpina del 17 dicembre 2010 a commento di una brutta notizia di cronaca.** In breve l’antefatto: in una palazzina di via Einaudi a Busto Arsizio in provincia di Varese, il cinquantatrenne Filippo Trovato durante la procedura di sfratto, si era lasciato cadere dal balcone al terzo piano della casa in cui aveva abitato per ventisette anni. Da quello che si può dedurre dall’articolo in prima pagina (con prosecuzione in quarta) l’uomo, presumibilmente invalido («economicamente sostenuto da una pensione di invalidità civile»***), dopo due ore di resistenza allo sfratto ha messo in atto la sua minaccia.
Facile quindi, una volta chiarito cosa lo abbia fatto scaturire, comprendere il titolo dell’intervento estremamente ponderato e sensato del Giudice Zoncu.
Difficile non essere d’accordo con le tesi esposte.

Adesso proviamo a fare un gioco tutti insieme. Provate a immaginare di far parte della redazione di un giornale quotidiano che riceve questa notizia e deve restituirla ai suoi lettori. Provate a immaginare ora di essere prima il photo editor, poi il caporedattore e infine il direttore. Bene. Innanzitutto che rilievo dareste alla notizia? Supponiamo che il quotidiano in oggetto sia a forte connotazione locale. Inutile dire che in questo caso una notizia così emotivamente coinvolgente per il territorio debba avere forte rilievo sulla vostra testata. Per cui probabilmente sia come caporedattore sia come direttore le assegnereste un posto importante in prima pagina.
Chiamate un paio di giornalisti e gli dite di occuparsi della cosa raccogliendo dettagliate informazioni. Sono professionisti e sanno come fare, non ci saranno problemi. A questo punto sorge un altro problema: come la illustriamo questa notizia?
Prima di andare avanti fermatevi a pensare seriamente cosa fareste se vi trovaste costretti a decidere.
Ed ecco come hanno risolto il problema nella redazione de La Prealpina
La prima pagina de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Adesso facciamo un altro gioco. Non siete più nella redazione di un quotidiano locale, ma ne siete lettori. Ieri vostro cugino che già aveva parecchi problemi per conto suo, finito giù dal terzo piano della casa da cui lo stavano sfrattando. In questo momento giace in un letto della rianimazione «con fratture e traumi diffusi un po’ ovunque»**, ovviamente, in prognosi riservata. Probabilmente voi cercate di non pensarci e continuare a condurre una vita normale a dispetto dell’accaduto. Del resto voi potete fare davvero poco in questo momento. Sta ai medici e a Dio se siete credenti. Uscite quindi a fare la spesa come al solito e passando davanti all’edicola comprate il vostro quotidiano locale. In prima pagina ci trovate la sequenza della tragedia, con vostro cugino che piomba giù dal terzo piano di casa sua…
Un bel colpo al cuore, non credete? Un po’ sgomenti, un po’ increduli e sicuramente addolorati e raccapricciati andate comunque avanti e cosa trovate? Un altro paio di foto in bianconero che vi fanno vedere la barella avviata verso l’ambulanza e altre due foto di vostro cugino.
Le immagini che corredano l'articolo de La Prealpina del 17 dicembre 2010 (clicca per ingrandire)

Secondo voi a questa vista sareste ammirati per la prontezza di riflessi del fotografo e la deontologia professionale di redazione e direttore? O per caso potreste avere anche un’altro tipo di reazione?

Ma lasciamo perdere il piano etico nella valutazione sull’opportunità di pubblicare immagini del genere (piano in cui la condanna dal mio punto di vista è inappellabile). Vediamo la cosa sotto un profilo meramente tecnico. Pubblicare più di una fotografia (ben tre della caduta) quale contenuto informativo aggiunge alla notizia? Ci aggiunge forse dei dati in più utili alla comprensione della vicenda? Sinceramente direi proprio di no. È pura e semplice ridondanza. Allora perché farlo? La più scontata delle risposte è che un’operazione simile si conduca per poter andare a colpire l’emotività del lettore, scatenando il più torbido dei voyerismi, ben conosciuto agli spettatori di una nutrita schiera di cultori di programmi televisivi incentrati su episodi tragici che, però, spesso si concludono bene.

Mi chiedo poi: che pensare del fotografo che ha effettuato le riprese? Dal mio punto di vista è stato inappuntabile e non può certo essere criticato in alcun modo per averle realizzate. Era lì per quello e comunque non avrebbe potuto intervenire per evitare che le cose prendessero quella piega. Semmai trovo... discutibile (qualora non fosse chiaro è un forte eufemismo) la scelta di fornirle al giornale. A livello informativo sarebbe bastata una sola foto, possibilmente non della caduta, e una buona didascalizzazione. Il resto è solo volontà di intingere il pane nel sugo della morbosità del lettore. E non vorrei ricordare quanto affermava il buon vecchio Eugene W. Smith sul senso di responsabilità che il fotografo dovrebbe avvertire non solo in merito alla produzione dell'immagine, ma anche relativamente al suo utilizzo...
Dall'inserto speciale Il giorno del terrore, pagine 8-9, allegato al settimanale Oggi del 18 settembre 2001.
(clicca per ingrandire)

Un'ultima associazione di idee mi viene per affinità tematiche con un'ignobile doppia pagina apparsa su Oggi nell'ormai lontano settembre 2001. In uno speciale dedicato alla tragedia delle Twin Towers fu pubblicato quanto vedete qui sopra, con ben quattro fotografie raccontano la stessa cosa, ovvero gli ultimi tragici istanti di vita di uomini e donne  che, intrappolati senza speranza di salvezza all'interno dei grattacieli in fiamme, decidono di gettarsi nel vuoto. A suo tempo ebbi modo di esprimere pubblicamente la mia opinione sull'opportunità di una simile publicazione (vedi link collegato all'immagine qui sotto).
RAI-RADIO 3 - Radio 3 Suite
Dentro l'immagine: 11 settembre 2001
- 16 min. 21 sec.
(clicca sull'immagine per acoltare)
Oggi non ho cambiato idea e sono particolarmente sconfortato nel dover ripetere lo stesso tipo di ragionamenti oltretutto per avvenimenti di una portata molto più limitata nello spazio e nel tempo. Quanto pubblicato da La Prealpina ritengo sprofondi nei bassifondi più infimi della professione giornalistica. Del livello umano non si può  nemmeno parlare. Sono passati quasi dieci anni, ma non posso che continuare ad esprimere condanna per operazioni di questo tipo.

Adesso che ho finito provate un po' a ripensare al titolo dell'intervento del Giudice Zoncu... non sembra anche a voi che ci sia una tenace, sotterranea... coerenza tra gli enunciati che sottendono il commento alla notizia e la linea editoriale?
 ____
* A seguito dell'intervento dell'autore delle immagini, Davide Caforio, specifico che Filippo Trovato, l'uomo rappresentato nelle immagini, non è deceduto in seguito alla caduta. Il titolo, criticabile o meno che sia, non deve la sua scelta alla volontà di fare cronaca, ma intende sottolineare ai fini dell'analisi e della discussione, il meccanismo comunicativo, che i responsabili della pubblicazione della sequenza in prima pagina, e nelle successive, hanno sfruttato attingendo alla morbosità del pubblico nei confronti di immagini di morte, reale o potenziale che sia. (28 dicembre 2010) 
** Ringrazio Alberto Maretti che mi ha segnalato la notizia e fornito scansioni e testo utilizzati nella stesura del post.
*** Dall’articolo Lo sfrattano, si getta nel vuoto (in prima pagina a firma di Sarah Crespi e Marco Linari), prosecuzione a pagina 4 (a firma di Sarah Crespi) de La Prealpina del 17 dicembre 2010.

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venerdì 24 dicembre 2010

Se mi dai di più, forse posso anche pagarti

Il sondaggio apparso sul sito Daily Wired. (clicca per ingrandire)
Da: alessandro ciccarelli 
Data: 18 dicembre 2010 19.16.48 GMT+01.00
Oggetto: appropriazione indebita di foto

Gentile Sandro Iovine,
siamo dei fotografi ai quali Repubblica.it ha sottratto le foto, prelevandole a nostra insaputa dalle proprie pagine Flickr. Ognuno di noi era in piazza durante i cortei del 14 dicembre per documentare un momento importante della vita pubblica di questo paese.
Le fotografie sono state caricate sui nostri siti personali e anche su Flickr, forse la più importante vetrina di fotografia online a livello mondiale. Il giorno seguente non le dico lo stupore di trovarle nelle gallerie di Repubblica.it!
Ci piacerebbe poter discutere con lei e conoscere la sua opinione su alcuni temi legati a questa vicenda, quali l'informazione, l'eticità professionale e lo stato di salute del mestiere di fotografo oggi.

Qualche nostra considerazione.
Sotto ognuna delle nostre foto era riportata la dicitura © Tutti i diritti riservati.  A quanto pare questo non è bastato a impedire che le foto venissero prelevate senza il nostro consenso e ripubblicate sul primo sito di informazione italiana, seppur riportando nome e cognome sotto ogni foto.

Molte delle foto ripubblicate sono state modificate. Alcune convertite in bianco e nero, forse per aumentarne la drammaticità, scardinando totalmente la semiologia dell'immagine e quindi la significazione attribuita dal fotografo.
A chi aveva apposto nella parte bassa della fotografia un watermark © nome cognome, per rimarcare ulteriolmente il tipo di licenza comunque già presente sotto l'immagine, le foto sono state tagliate per escludere quel tipo di informazione.

Le risposte alle nostre richieste di chiarimento pervenuteci dal desk di Repubblica evidenziano un modus operandi abitudinario e consolidato, un atteggiamento culturale per il quale le fotografie presenti su internet sono gratis. Se pensiamo a Flickr o a un sito fotografico come una vetrina, dove puoi mostrare quello che vendi tutelato dalle norme vigenti sul diritto d'autore e chi è interessato può contattare l'autore e comprare, c'è chi si sente legittimato a rompere questa vetrina e trafugare il contenuto per farne un uso pubblico e commerciale.

Un'importante testata giornalistica legittima questo atteggiamento con un ritorno in termini di immagine per il fotografo: si prelevano delle foto, se gli autori se ne accorgono nella maggior parte dei casi si accontenteranno della gloria di essere finiti su un'importante testata, se sorgono problemi con qualcuno è questione di pochi attimi sostituire gli scatti con quelli di qualcun'altro che probabilmente si accontenterà della gloria, il tutto con un meccanismo conseguente di qualità a ribasso. Ci chiediamo dov'è finita a questo punto l'etica professionale?

Oltre a una mancanza di rispetto verso la persona e il non vedere riconosciuta una nostra professionalità, la nostra preoccupazione riguarda tutta la categoria, già sofferente in un periodo di crisi editoriale, tra stock images e archivi royality free.
Se la più importante testata online di informazione si sente autorizzata a un tale procedimento, la cosa non potrà non influenzare le altre testate, anche più piccole? C'è bisogno di un albo professionale che tuteli il fotografo?

Forse a distanza di due anni dal convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana c'è bisogno di rivedersi, riprendere il discorso lì interrotto e capire quali sono le nuove strade da poter percorrere insieme.

distinti saluti

i fotografi
Adriano Caldiero
Remo Cassella
Alessandro Ciccarelli
Luca Farinelli
Marco Gioia

Questa lettera la conosciamo tutti, magari con qualche piccola variazione relativamente all'intestazione o forse al finale (ah, non che sia una cosa importante, ma per inciso il convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana è... passato alla storia con la data 24 aprile 2010, difficile quindi che al 18 dicembre 2010 siano già trascorsi due anni). Commenti ne ha suscitati in quantità industriali, con varianti e variazioni che rendono di fatto inutile ogni altro intervento.

L'unico motivo per darle ancora spazio è un minimo di coerenza nell'affrontare determinate tematiche e un certo fastidio viscerale di fronte all'assenza di una presa di posizione su argomenti così importanti. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui non posso che esprimere il massimo sdegno rispetto a quanto esposto nella lettera che avete appena letto. 

Non credo che nessun adulto normodotato sia così ingenuo da credere alle fate dei boschi, anzi no, facciamo a Babbo Natale visto che tra poche ore è il 25 dicembre. Fuori di metafora, che queste cose accadano in modo sistematico lo sappiamo tutti, soprattutto chi lavora nel campo dell'editoria. Non intendo certo manifestare lo sconcerto incredulo di chi cade dal proverbiale pero, ma non per questo rinuncio a sostenere la mia totale disapprovazione per l'accaduto.

Tra i fiumi di inchiostro virtuale versati di recente sull'argomento, devo dire che mi sono trovato a disagio. Tra accuse e difese, molte incomprensibili, altre condivisibili, altre ancora decisamente improbabili, sono poche le cose che mi sono rimaste oltre alla nauseante sensazione che molte delle parole spese da Chomsky sulle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media, potrebbero trovare convincente rispondenza anche in molti altri campi. 
Non molto di ciò che ho letto mi ha colpito, come dicevo. Ma, ad esempio, mi viene difficile a livello puramente logico liquidare la questione con argomentazioni in cui si fanno paragoni con un ipotetico pasticcere che invia torte a casa di sconosciuti e poi si lamenta perché non gli vengono pagate. A mio avviso in un paragone del genere la falla logica è costituita dal fatto che mettere una fotografia su Flickr significa esporre pubblicamente un'immagine, non inviarla in formato adatto all'impiego nella casella di posta elettronica di un potenziale utilizzatore. Il tutto senza nulla togliere agli intenti di marketing che possono aver mosso chi quella immagine ha pubblicato su Flickr.

Sul fatto che poi oggi i tempi siano cambiati e il mercato si sia trasformato non ho il minimo dubbio e condivido anche parte delle letture fatte in primis da Michele Smargiassi. Ma se convengo che possano offrire una lettura della situazione, non credo siano sufficienti a giustificarla, a meno di non pensare a noi stessi unicamente come soggetti passivi. Rimane il fatto che l'utilizzo per un fine di lucro di quelle che, se ricordo qualcosa dell'odiato esame di Istituzioni di Diritto Privato, dovrebbero chiamarsi opere di ingegno non è un fatto giustificabile. Soprattutto a fronte della mancata corresponsione di un adeguato compenso agli autori. Senza contare l'assenza di una loro autorizzazione alla pubblicazione e l'alterazione dei contenuti.

Daltronde non si dica che l'accesso alle gallerie è gratuito, perché anche se il meccanismo di accesso non prevede un esborso diretto da parte del pubblico, genera comunque, come minimo, traffico sul sito, che a sua volta viene monetizzato attraverso l'innalzamento proporzionale delle quotazioni degli spazi pubblicitari. Il che comunque rientra in un meccanismo di produzione di reddito, ovvero di lucro che che sfrutta anche un lavoro altrui non retribuito.

Gli autori della missiva poi sottolineano la trasformazione delle immagini, con l'eliminazione dei water mark o il passaggio da colore a bianconero. Ora se è vero che l'intenzionalità del dolo all'interno di una aula di tribunale dovrebbe essere dimostrata è anche vero che fuori dalla suddetta aula viene davvero difficile credere alla difendibilità di chi quel taglio lo ha messo in atto. Ovviamente analogo è il discorso per la trasformazine da colore a bianconero che può anche essere animata dalle migliori intenzioni, ma pur non avendo dirette implicazioni economiche, non è comunque ammissibile senza il consenso dell'autore.

Prima di concludere queste poche osservazioni sparse, che temo rivelino tutto il fastidio ingenerato in me a vari livelli dalla vicenda, vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa e invitarvi a dare un'occhiata al modo in cui è stata ridotta tutta la questione al solito semplicistisco sondaggino sul sito Daily Wired, cui si riferisce l'immagine in apertura di questo post. A me questo tipo di cose fa quasi più paura dell'episodio da cui scaturisce tutto il ragionamento. È una formula che riduce un problema reale a un giochino per passare qualche minuto davanti al monitor con l'illusione di aver espresso un'opinione di cui nessuno terrà conto. L'ennesimo modo per ridurre, nel più breve tempo possibile, la percezione di un problema a un livello di accettabilità piatta e stereotipata.

Nel suo blog Michele Smargiassi, nella parte finale del suo primo intervento, descrivendo la situazione attuale e la sua posizione ci dice che la mera ripresa di un evento «non è più fare foto-giornalismo». Personalmente trovo incontestabile questo concetto e inappuntabile la chiarezza con la quale viene esposto. Smargiassi prosegue poi che forse questo è stato un modo per adempiere alla pratica dell'informazione per mezzo delle immagini. Su questo punto invece mi sento di essere d'accordo solo se si attribuisce a questa frase il valore di una constatazione da storiografo. Verissimo affermare che al giorno d'oggi i reporter non sono più gli unici testimoni e che in molti casi la foto del passante dotato di cellulare può raggiungere molto tempestivamente il tavolo di una redazione. Ma, afferma Smargiassi «Da un professionista io, testata giornalistica, voglio di più, e forse sono ancora disposto a pagare per averlo.»...

Inutile commentare la prima parte della frase... al massimo si potrebbe dire «E credo bene che tu, testata giornalistica, voglia di più». Quanto alla seconda invece invito tutti i giovani che, per qualche strana devianza a sfondo psicotico compulsivo, ancora ambiscano a svolgere la professione di fotogiornalisti a imprimersela bene in mente.
Vi consiglio, giovani aspiranti fotogiornalisti, di rendervi conto che è sacrosanto obbligo per un professionista offrire  più di quanto non possa offrire un passante con il cellulare.
Vi chiedo, giovani aspiranti fotogiornalisti, di capire che il minimo del proprio dovere è svolgere un accurato lavoro di indagine giornalistica.
Vi dico, giovani aspiranti fotogiornalisti, che dovete fare vostro quel senso del dovere che conduce alla verifica delle fonti, sempre.
Vi esorto, giovani aspiranti fotogiornalisti, a essere disposti anche a rischiare la vostra incolumità personale.
Perché questo è il lavoro.
Perché questo richiede l'etica professionale.
Perché questo è ciò che, forse  produrrà in una testata la magnanima predisposizione a prendere in considerazione l'ipotesi che il vostro lavoro possa anche essere pagato...
Buon Natale a tutti... soprattutto ai fotogiornalisti.

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giovedì 23 dicembre 2010

Glielo dico per la sua incolumità, per cortesia non fotografi

Prima di leggere queste poche righe vi prego di dedicare 22 secondi della vostra esistenza alla visione e all'ascolto (consiglio di utilizzare un volume abbastanza elevato) di questo brevissimo video.

Bene, adesso che lo avete visto e ascoltato vi dò qualche dato in più. Il video è stato realizzato il 14 dicembre 2010 a Roma nei pressi del Senato, durante gli scontri con le forze dell'ordine.
Tra il frastuono di elicotteri e lo stridore delle sirene, che rimanda chi ha vissuto a Roma nella seconda metà degli anni Settanta direttamente a quei cinquantacinque giorni del 1978 durante i quali fu sequestrato l'onorevole Aldo Moro, si può distinguere quanto segue «Carabinieri. Non fotografi! ... Non deve fotografare, perché se la vedono che fotografa, poi sono cazzi suoi. Per la sua incolumità, glielo dico per la sua incolumità, per cortesia, non fotografi».
A questo punto do per scontato che si siano create almeno due fazioni divise dall'analisi e dalla valutazione dell'episodio.

Da una parte ci sarà senza dubbio chi legge le frasi del rappresentante delle Forze dell'Ordine, come l'esternazione di una volontà di protezione, frutto dell'esperienza di paizza, nei confronti del cittadino  un po' incosciente che stava effettuando riprese in una situazione potenzialmente pericolosa per la sua incolumità.
Dall'altra parte, altrettanto certamente, ci sarà chi interpreterà le parole del Carabiniere come espressione della volontà di esercitare una coercitiva censura nei confronti della libertà di opinione e informazione, in cui l'incolumità dell'operatore è solo una scusa per impedire che vengano realizzate testimonianze sull'operato delle Forze dell'Ordine.

Chi ha avuto la fortuna (o la sfortuna dipende dai punti di vista) di frequentare il liceo o l'università negli anni Settanta, di episodi del genere potrebbe raccontarne a bizzeffe. E non ci sarebbe davvero da stupirsi a scoprire che le  chiavi di interptazione sostanzialmente sono immutate. Ma non è dar ragione o dar contro al Carabiniere che mi interessa. Quello che mi preme sottolineare è come, indipendentemente dalla cromia dell'approccio ideologico all'analisi del video, ci sia comunque una costante implicita: la pericolosità dell'immagine.
Che l'immagine sia pericolosa perché svela i misfatti dei manifestanti o quelli delle Forze dell'Ordine (la generealizzazione è voluta per semplificare l'esposizione) poco importa. Il problema è l'immagine. Che poi sia una fotografia o un video, cambia poco.
In ogni caso da evitare è la produzione perché a far paura è sempre l'immagine.

E non trovate che sia singolare? Sì, perché un'immagine di per sè non è ne buona ne cattiva, come non sono ne buoni ne cattivi i picconi o le pale portate da qualche povero di spirito  in manifestazione. Pale e picconi si possono usare per dissodare e coltivare un terreno e allora sono strumenti buoni. Ma se si usano per sfondare o provare a sfondare il cranio di qualcuno non lo sono più strumenti buoni, ma diventano armi pericolose e cattive
Inoltre come veniva fatto notare in un recente commento (vedi l'intervento di Marco Ambrosi) la fotografia ha perso la sua aura. Ma se il concetto (a mio avviso condivisibile anche se forse non in toto) è vero, perché allora si continua ad avere paura delle immagini, o ,come sarebbe più proprio, del loro presunto valore probatorio?
L'immagine circolata sulla rete che avrebbe dovuto dimostrare la presenza
di provocatori appartenenti alle Forze dell'Ordine tra i dimostranti di Roma.

(clicca per ingrandire)
O ancora perché si utilizzano immagini come questa qui sopra per dimostrare, attraverso la comparazione del logo sulla suola delle scarpe, la presenza tra i dimostranti di agenti provocatori  presumibilmente appartenenti alle Forze dell'Ordine? Salvo poi dover riconoscere che l'immagine era stata ripresa in tutt'altra situazione e luogo.
Al di là della buona o cattiva fede nell'utilizzo delle immagini fotografiche, il nodo della questione, figlia illeggittima dell'elucubrazione di Barthes, rimane nella tendenza tragicamente immortale a riconscere nell'analogon qualcosa che ci prendiamo l'arbitrio di considerare vero, essendosi necessariamente trovato davanti all'obiettivo perché potesse sussistere l'immagine fotografica. 

Forse è qui il nodo insoluto, quello in base al quale nonostante l'arbitrarietà dell'assunto si continua ad attribuire un valore probatorio (anche sul piano legale e investigativo)  all'immagine. Forse per questo si continua, in determinate situazioni, ad averne paura. Cosa quest'ultima che in realtà mi pare abbastanza abbastanza saggia, ma  non perché l'immagine, fotografia o video  che sia, possa realmente essere latrice in quanto tale di quakche pericolo. Quanto piuttosto perché sono ancora troppo pochi quelli che hanno coscienza dello strumento e delle sue strutture e conseguentemente enorme è il margine operativo di chi le immagini le usa per ottenere finalità di cui, purtroppo, solo un'esigua minoranza ha percezione.

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mercoledì 22 dicembre 2010

Il... giallo del tram arancione


«Trovami una foto per illustrare la notizia che dal 2011 i tram di Milano riprenderanno l’aspetto dei primi del Novecento.»
«OK capo, mi metto subito a cercare nelle agenzie.»
«Ma sei pazzo? Così poi ci tocca pagare. Fatti un giro su Flickr e vedrai che trovi tutto quello che ci serve e... a gratis
Schermata del post di Luca Albani su 02blog.it. (clicca per ingrandire)
Tranquilli, tranquilli, questo dialogo me lo sono inventato di sana pianta, mal ispirato da questa pagina di 02blog.it. Il che, purtroppo, non significa il suo contenuto sia falso...
Certo non è riferibile al post di 02blog.it che ho utilizzato come spunto, ma racconta una delle troppe tristi realtà su cui si basa il rapporto tra editoria e fotografia.
Ma al di là dell'incipit sfuggito di mano, era su altro che volevo porre attenzione.
Ora, capisco che non stiamo parlando del New York Times e nemmeno del Corriere della Sera (peraltro citato come fonte da Luca Albani, l'autore del post), ma quello che mi chiedo è: come si fa a illustrare una notizia come quella del ritorno alla livrea di inizio secolo scorso dei tram meneghini con una fotografia come quella? 
Ovvero, ma quale attinenza c'è tra quella fotografia elaborata e il testo che dovrebbe accompagnare?
È forse quella la nuova (si fa per dire) livrea dei tram? 
Direi di no, anche perché andando a vedere la pagina dell'autore su Flickr si ricava facilmente che l'immagine è stata scattata il 5 febbraio dell'Anno Domini 2008. Inoltre, a meno di non avere problemi con la percezione del colore, la parte inferiore del tram è abbastanza evidentemente arancione e non gialla (Riporto testualmente dal post di 02blog.it: «Ritorno all’antico per i tram milanesi, nel 2011 i “trenini” del capoluogo riprenderanno il loro colore d’inizio XX secolo, giallo sotto e panna sopra (fonte: “Corriere»). 
L'articolo del Corriere della Sera.it citato come fonte del post di Luca Albani. (clicca per ingrandire)
E ancora la parte superiore non è certo color panna, ma di un bel grigio monocromatico figlio di una desaturazione parziale portata all'estremo in fase di postproduzione*. In altre parole la fotografia utilizzata non ha nessuna attinenza con il testo cui viene riferita per mezzo della messa in pagina. Le parole raccontano una cosa, l'immagine un'altra. Quindi se consideriamo il post nella sua organizzazione complessiva, non possiamo che ammettere che si tratta di un testo incoerente, se non addirittura schizofrenico.
La pagina di Flickr con l'immagine di Hugo |-| utilizzata per illustrare il post di Luca Albani. (clicca per ingrandire)
Cosa c'è di grave? Assolutamente nulla... nello specifico. A parte considerazioni personali (nel merito delle quali non intendo entrare) sul gusto di chi ha realizzato l'immagine e di chi ha scelto di utilizzarla in quel contesto, c'è però il fatto che episodi minimali come questo contribuiscono a minare il rapporto di fiducia e credibilità con il lettore. 
Se si decide di illustrare una notizia sui tram di Milano con un'immagine incoerente, perché non potrebbe essere applicata la stessa logica nel caso delle manifestazioni giovanili ** della settimana scorsa? Perché dovremmo credere che le foto sono vere e si riferiscono proprio agli episodi descritti? Ma perché la storia degli scontri in piazza è ben più importante e seria si potrebbe rispondere.
Noi sappiamo che chi si occupa di scegliere le notizie è ben cosciente che un post sui tram non incide sulla formazione della coscienza di massa e l'orientamento politico come può farlo l'informazione su degli scontri di piazza. Ovvero siamo certi in quest'ultimo caso si tienga maggiormente conto dei criteri di verifica delle fonti.
Risposta giusto e corretto. Anzi correttissima... ma siamo disposti a giurare che sia davvero così? 
_______
 *Ancorché influente solo in modo marginale nel ragionamento che sto facendo, trovo Interessante rilevare come nell'edizione di 02blog.it la leggibilità generale sia stata notevolmente migliorata rispetto all'originale...
Ognuno ne tragga le considerazioni che ritiene più opportune...

**Sia chiaro che l'esempio è fatto solo per la vicinanza temporale al momento in cui scrivo. Il discorso funziona ugualmente con la guerra del Golfo, il terremoto dell'Aquila (in cui infatti furono utilizzate foto recuperate dalla rete e relative a un cataclisma verificatosi in Cina) e così via. 



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martedì 21 dicembre 2010

Ma perché deve essere tutto facile?


Il problema è sempre lo stesso. Il luogo comune ha vinto la sua battaglia. L’ennesima sarebbe da aggiungere. Ma visto che qui ci occupiamo di immagine fotografica, chiarisco subito che a quella mi riferisco. Avete presente quando, non avendo niente di meglio da dire si finisce per ripetere pappagallescamente frasi del tipo Un’immagine vale più di mille parole? Chi di noi non lo ha mai fatto scagli la prima pietra. 

Bene forse sarebbe arrivato il momento di prendere coscienza che ogni volta che avalliamo concetti del genere stiamo contribuendo a creare un muro di ignoranza sempre più profonda intorno alle parole. E non tanto è ovvio perché il concetto utilizzato a mo’ di esempio non possa essere vero, ma perché stiamo liquidando con un rassicurante mantra la possibilità di riflettere sulla vera natura dell’immagine fotografica e sul senso di quello che in quel momento è davanti ai nostri occhi. Ma, che ancora peggio, ci stiamo assicurando che la stessa operazione di chiusura avvenga anche in futuro. Tutti oggi siamo consapevoli che una fotografia può manipolare fortemente la realtà fino a reinterpretarla completamente. E ovviamente non mi sto riferendo agli interventi di postproduzione da sempre possibili e oggi solo agevolati dalla tecnologia digitale. 

Mi riferisco proprio all’intervento interpretativo del fotografo che avviene in primis al momento della ripresa e successivamente in fase di selezione e processo (che non sottintende la sola postproduzione) ed edizione. Per non parlare dell’intervento di chi l’immagine fotografica poi la utilizza. Eppure anche se tutti lo sappiamo che una fotografia può mentire e in misura clamorosa, praticamente ovunque l’immagine fotografica viene ancora proposta come surrogato testimoniale di realtà. Del resto questo è possibile nella misura in cui c’è la diffusa credenza che tutti siano in grado di leggere una immagine fotografica. Certo se ci mettono davanti una fotografia tutti siamo in grado di riconoscere cosa vi viene raffigurato, a meno che questo non appartenga a sfere di sapere che ignoriamo. 

Al contrario se ci mettono davanti a un libro scritto in una lingua che non conosciamo o a uno spartito musicale senza che abbiamo imparato a leggere il pentagramma, ci troviamo bloccati e nell’impossibilità di accedere alle informazioni contenute in quel testoE basta questo a farci ritenere di essere in grado di leggere una fotografia. Ma in realtà a livello pratico riconoscendo cosa è raffigurato in una fotografia non stiamo facendo altro che agire allo stesso livello in cui ci muoviamo di fronte allo spartito che riconosciamo in quanto tale, ma che non sappiamo trasformare in musica, che in realtà è l’oggetto comunicativo di quel testoPer poter leggere quello spartito correttamente occorrono anni di studio e applicazione, proprio come per leggere una fotografia. Ma i conservatori esistono e fanno parte della nostra tradizione culturale, le scuole dove si insegna a leggere l’immagine, in particolare quella fotografica con tutto il suo portato specifico, invece no. Almeno nel nostro paese. 

La conseguenza più immediata di questo fenomeno è una completa esposizione a qualunque assalto proveniente dalle immagini fotografiche, ma non solo. L’assenza di consapevolezza previene la creazione di filtri che ci portino a discriminare sul messaggio contenuto nei testi che ci vengono sottoposti quotidianamente. E le possibilità di veicolare in modo efficace e apparentemente indiretto qualunque tipo di messaggio si amplificano a dismisura. E tutto questo vive per lo più sulla presunzione che tutti possano avere gli strumenti per decodificare i messaggi contenuti all’interno delle immagini fotografiche. Pur lavorando ormai da oltre venti anni nel settore dell’immagine fotografica, continuo ad avere sempre gli stessi riscontri anche all’interno di un ambiente che in teoria dovrebbe essere di addetti ai lavori o quantomeno di appassionati. 

Un esempio per tutti viene dalla stragrande maggioranza di quanti si presentano a una lettura portfolio a sottoporre le proprie immagini. Alla domanda Cosa volevi raccontare con queste immagini? L’assoluta maggioranza spalanca gli occhi facendogli assumere la forma dell’interrogativo cosmico per eccellenza. I più sinceri dopo averti guardato sbigottiti ti chiedono Perché che avrei dovuto raccontare? Cosa che secondo me fa onore ai soggetti in questione, perché per lo meno non si mascherano dietro facciate di circostanza, ma denota una situazione drammatica in cui non si è nemmeno compreso, magari dopo venti anni di frequentazione fotografica, che si sta utilizzando uno strumento che permette di raccontare qualcosa. Ed esprime anche il non troppo velato concetto che gli si sta chiedendo qualcosa che oscilla concettualmente tra l’osceno e il blasfemo. Ma tutto questo non è casuale perché se fossimo tutti in grado di avere una minima coscienza del funzionamento della comunicazione per mezzo delle immagini, almeno il novanta per cento della comunicazione pubblicitaria fallirebbe il suo intento primario. Per non parlare della creazione di altre forme di consenso.

Su questo discorso generale riferito all’immagine fotografica (ma anche alle immagini in movimento è abbastanza ovvio) si innesta un ulteriore elemento di distruttività costituito dalla deliberata volontà di semplificazione e alleggerimento. Il sacrosanto concetto che tutto dovrebbe essere comprensibile a tutti, finisce per essere declinato in semplificazione progressiva che invece di rendere accessibili i testi, finisce per occultarne il senso profondo mostrando solo ed esclusivamente la superficie originando una spirale di non comprensione dei fatti sempre più pericolosa. Le conseguenze le possiamo vedere in ogni angolo della nostra vita. Ciò che esula dalla comprensione immediata viene bollato, perché non aderisce alle logiche di comprensione immediata. Il bello è che in questo modo il concetto da cui origina il problema (ovvero rendiamo tutto accessibile a tutti) viene completamente capovolto, relegando in una profonda inconsapevolezza una percentuale enorme di popolazione. Ridurre progressivamente l’estensione del vocabolario utilizzato quotidianamente (sia esso visivo o testuale) comporta inevitabilmente una riduzione della capacità critica e nei casi peggiori la supponenza di essere in grado di giudicare ciò che non si è in grado di comprendere solo per carenza di strumenti. Invece di alzare il livello medio, stimolando a crescere con gli inevitabili sforzi e sacrifici connessi, stiamo solo portando il livello generale sempre più in basso rivendendoci tutto come una semplificazione. Ma non c’è proprio niente di positivo in questo. 

Forse è il momento di fermarsi a riflettere sul significato delle cose. Senza bollarle aprioristicamente solo perché il loro aspetto formale non ci appaga secondo canoni preconfezionati. Se qualcosa non ci piace o non la capiamo, impariamo a chiedere, facciamoci pervadere dal dubbio, chiediamoci perché qualcosa non ci convince. Proviamo insomma a farci più domande sul perché qualcosa non ci convince. Potremmo scoprire che qualche volta semplicemente non siamo in grado di comprenderla. E questo sarebbe un ottimo inizio per iniziare ad acquisire nuovi strumenti, quelli cui tutti abbiamo la possibilità di accedere con lo studio e un po’ di impegno. Quelli cui tutti abbiamo diritto.


n. 223






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