mercoledì 26 gennaio 2011

Ausencias: l'altro volto del Male

La mostra Ausencias di Gustavo Germano, presso lo galleria 10b Photography di Roma. © Sandro Iovine (clicca per ingrandire)
I primi che incontri, praticamente all'ingresso della galleria, sono Orlando René e Leticia Margarita. Prendono il sole vicino all'acqua e ti guardano con il collo leggermente piegato da un lato. Lei verso il margine sinistro della foto, lui verso quello destro. La didascalia recita 1975, La tortuga alegre, rio Uruguay, Entre Rios. Al di là del rimando per noi esotico, è la classica foto di famiglia in bianconero che ognuno di noi potrebbe trovare nei cassetti di casa propria. Il perché sia in mostra fino al 31 gennaio presso la galleria 10b photography (via San Lorenzo da Brindisi, 10b a Roma), si capisce quando si arriva alla seconda immagine. La fotografia stavolta è a colori e la didascalia ci informa che lo scatto  realizzato da Gustavo Germano è avvenuto trentuno anni dopo, nel 2006. La sabbia che si perde nell'acqua è rossastra e non c'è traccia di Orlando René e Leticia Margarita.
1975, Leticia Margarita Oliva e Orlando René Mendez, La tortuga alegre, rio Uruguay, Entre Rios e a destra la foto scattata nel 2006 da Gustavo Germano. 
Questo il racconto che si dipana attraverso la ricerca di Gustavo Germano, in un percorso di scoperta del volto brutale del regime di Stato che si svela nelle Ausencias, le assenze. È un racconto fatto di silenzi che hanno coinvolto una nazione che si è ritrovata a veder scomparire quanti in qualche modo si opponevo al regime, una storia che ha coinvolto in prima persona lo stesso Germano.
La foto dei quattro fratelli Germano venne scattata in uno studio fotografico nei pressi della frontiera con l'Uruguay, in occasione di una vacanza della famiglia. Alla richiesta della Polizia argentina di una fototessera dei ragazzi per consentire l'attraversamento del confine, il padre fa realizzare un unico scattodi tutti e quattro i figli. Accettata con riluttanza dalle forze di Polizia, la foto venne timbrata e rimane una delle poche immagini dei quattro fratelli tutti insieme. Nella parte destra il ritratto dei tre fratelli superstiti realizzato da Gustavo Germano, il primo a sinistra, nel 2006. (clicca per ingrandire)
Eduardo Raoul, a destra, è il maggiore dei quattro fratelli Germano. Classe 1958 a sedici anni inizia a militare nell'organizzazione dei Montoneros. A luglio del 1976 è arrestato e incarcerato per nove giorni nel centro clandestino di detenzione dello Squadrone di Comunicazioni dell'Esercito di Paraná. Rilasciato entra in clandestinità. A dicembre cerca di incontrare i genitori con cui fissa un appuntamento, ma viene sequestrato ventiquattro ore prima dall'esercito in un'operazione congiunta con la Polizia di Santa Fé. Sulla base delle ricerche effettuate dal fratello Guillermo negli anni che hanno seguito la fine della dittatura, viene torturato nel centro clandestino di detenzione noto come El Pozo, situato all'interno della stessa Questura  di Santa Fé. Per occultare le prove degli omicidi il Comandante della Gendarmeria, Augustin Feced, organizza un finto attentato nel quartiere di Fisherton, in cui vengono fatti saltare in aria i corpi di Raul e della sua compagna e fatte così scomparire le prove delle torture.
L'istantanea del 1968 è stata scattata da Roberto Ismael, il primo a sinistra,appassionato di fotografia e sequestrato a Santa Fé il 21 gennaio del 1976 per aver militato nel Partito Rivoluzionario dei Lavoratori - Esercito Rivoluzionario del Popolo. Lo accompagnano l'amico Jorge Cresta e sua sorella Azucena Sorba. (clicca per ingrandire)
Le storie si intrecciano e parlano di illusioni perdute oltre che di scomparse fisiche. fFanno riflettere su quale possa essere il vero volto del Male. L'a consuetudine iconografica occidentale tende a farcelo immaginare come qualcosa di deforme, che stravolge la norma,  getta un manto di bruttezza su tutto. Le Ausecias di Gustavo Germano ci sussurrano che il Male può anche non avere faccia. Non è necesariamente un mostro orrendo e in quanto tale facilmente identificabile. È un mostro senza volto, riconoscibile non dalla presenza di qualcosa o qualcuno, ma dall'assenza, da una scomparsa che lascia attoniti quando si riesce a razionalizzarla. Una delle constatazioni più angosciose che si fanno davanti ai dittici  di Germano è il fatto che a scomparire siano (stati) spesso i più giovani e a rimanere sono i più anziani. Uno sovvertimento totale dei valori di un processo naturale legato alla esistenza. E proprio in questo va individuato l'indice del Male. E ancora a sconvolgere non è solo la scomparsa che denuncia il volto del Male in forma di dittatura militare, ma la trasfromazione dell'espressione dei sopravvissuti. Basta guardare, ad esempio l'espressione, di Azucena Zorba seduta sullo sfondo dell'auoscatto di Roberto Ismael. La postura nelle due foto è quasi identica, ma nel 1968 trasmette un'allegria adolescenziale piena di aspettative per la vita. Nel 2006 sembra dichiarare apertamente la sofferenza e la disillusione hanno segnato una vita filtrata attraverso la lente della dittatura.
1974, Claudio Marcelo Fink ascolta la radio con la madre nella sala da pranza della sua casa. L'immagine fu scattata dal padre di Claudio Marcelo, Efrain, appasionato di fotografia. (clicca per ingrandire)
Vedere in una vecchia, rovinata foto del 1974 Claudio Marcelo Fink, 23 anni laureato in Ingegneria Meccanica, appassioanto di automobilismo, musica, calcio e, purtroppo per lui, politica, che ascolta la radio in compagnia della madre e scoprire che trentadue anni dopo sono rimasti solo la madre e il vaso di vetro sul tavolo, fa davvero tremare. E il tremore si accentua scoprendo che Marcelo viene arrestato alle sei di mattina del 12 agosto 1976 e da quel momento scompare senza che i parenti non ne sappiano più nulla, finché il 25 gennaio del 1977 il suo nome compare in una lista di profughi terroristi pubblicata dal Consiglio di guerra del governo militare. E non è un caso forse che, in una lettura metaforica dell'immagine scattata da Germano nel 2006, lo sguardo orgoglioso della madre che osserva il figlio seduto al tavolo, si trasformi in un occhio non più in grado di vedere. Come se il dolore per l'accaduto avesse cancellato la possibilità di rivolgere ancora il proprio sguardo sul mondo.
il 21 ottobre 1976 Orlando René Méndez, militante dei Montoneros viene arrestao mentre si avvia a una riunione del partito. La figlia Laura Cecilia ha undici mesi. Leticia Margarita Oliva, dopo la scomparsa del marito abbandona la militanza e cambia città. il 27 dicembre 1978, un commando armato oirrompe nella sua casa. Laura Cecialiaha tre anni ed è affidata alla baby sitter. I militari attendono sei ore il ritorno della madre. Quando arriva la bendano, la colpiscono e la portano via. Questa è l'ultima immagine della madre che ha Laura Cecilia. (clicca per ingrandire)
Le storie si intrecciano e si rincorrono nel corso dell'esposizione, tutte tragicamente silenziose, fino a ritrovarsi nella prosecuzione del discorso iniziale quando incontriamo di nuovo Orlando René e Leticia Margarita, in una foto a colori del 1976. Tra i due compare la figlia Laura Cecilia, la figlia. Lo scatto in casa dei nonni precede di pochi giorni il colpo di stato del 24 marzo 1976. La solitudine in ginocchio davanti al letto di Laura Cecilia al centro della fotografia del 2006, chiude virtualmente un percorso di sofferenza al termine del quale credo sia difficile continuare a dare al Male il solito volto da iconografia medioevale. E forse sarà anche difficile continuare a guardare il mondo attraversa la finestra televisiva o le paigne di un giornale, come facevamo prima di entrare in galleria.

Ausencias
fino al 31 gennaio 2011
Galleria 10b photography
Via san Lorenzo da Brindisi, 10b Roma

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lunedì 24 gennaio 2011

La pistola di Berlusconi

Schermata della galleria de L'espresso dedicata alle foto dell'Onorevole Silvio Berlusconi scattate da Alberto Roveri nel 1977. (clicca per ingrandire)
Qualche giorno fa, esattamente lunedì scorso, il 17 gennaio, uno dei contatti  che ho su Facebook, ha pubblicato sulla mia bacheca un link ad una galleria de L'Espresso. Ironia dei numeri, anche questa galleria porta la data di un 17, di settembre del 2010 stavolta.
Il centro d'interesse di questa pubblicazione è reativo al ritrovamento, in fase di digitalizzazione del proprio archivio da parte del fotografo Alberto Roveri, di una fotografia dell'Onorevole Silvio Berlusconi nel suo ufficio di Foro Bonaparte, scattata nel 1977, anno in gli fu conferita la nomina a Cavaliere del Lavoro. Sullo sfondo, posata sulla scrivania si intravede una pistola  che, in base alle riflessioni di alcuni esegeti, dovrebbe essere una 357 Magnum, che in base a quanto scrive L'espresso avrebbe dovuto servire al neo Cavaliere per difendersi da possibili tentativi di rapimento.
Schermata della galleria de L'Espresso con il dettagio della fotograifa di Alberto Roverii (clicca per ingrandire)

Fin troppo facile assoggettare un'immagine del genere, grazie anche all'uso di testi sincretici facilmente abbordabili, al rafforzamento delle posizioni di quanti si oppongono alla politica dell'Onorevole Berlusconi. Chi gli siete avversi troverete nella pistola dietro di lui una prova evidente della sua natura maligna. Se ha (aveva) una pistola sulla scrivania, conferma di essere al di fuori della legge, figuriamoci se non ha fatto anche questo o quello ecc. ecc.
Il corpo del capo
di Marco Belpoliti
(clicca per ingrandire)
Se invece siete favorevoli all'Onorevole Berlusconi provereste immediatamente una forte empatia per la condizione disgraziata che lo vide costretto a tutelare l'incolumità propria e della propria famiglia con metodi da Far West.
A chi fosse interessato ad approfondire le metodologie di utilizzo dell'immagine da parte dell'Onorevole Silvio Berlusconi, consiglio, per gli interessanti spunti di analisi, presentati da Marco Belpoliti in Il corpo del capo (Guanda-Le fenici rosse, 2009).
Devo essere sincero, rivedere le immagini con i cerchiolini e la freccia rossa a prova di imbecille e nello stesso tempo molto  naif, mi ha fatto sorridere per l'ingenuità dell'operazione nel suo complesso. Mi chiedo come si possa pensare di scalfire, sia pur minimamente, la figura del Cavaliere con un'operazione giornalistica da doposcuola dell'oratorio, a fronte di capolavori comunicativi come lo straordinario show-intervista a Karima El Mahroug, durante il quale Alfonso Signorini ha accelerato le procedure di beatificazione della futura Santa Ruby vergine e martire.
Smith fu testimone diretto degli avvenimenti dentro e fuori il castello di Duvalier, Papa Doc. Giunse alla considerazione che il presidente governasse i suoi compatrioti come fossero suoi pazienti. A proposito del quartier generale di Duvalier, Smith annotò che tra le cose a portata di mano oltre a una Bibbia c'era «accanto alla fondina, una pistola lucida e sistemata in modo da poter essere afferrata nel più breve tempo possibile»*
© William Eugene Smith, 1958.
Avremmo dovuto scandalizzarci perché il Capo di Governo tiene, o meglio teneva, una pistola sulla scrivania? E perché avremmo dovuto? Se conoscessimo un pochino di storia dell'immagine sapremo bene che si tratta di un'icona consolidata. Fotografie di analogo stampo fan parte della storia di dittatori caraibici, gentaccia tipo François Duvalier, meglio noto come Papa Doc, e di fotografi come William Eugene  Smith. Foto che hanno voluto denunciare la natura di chi era capace di affiancare la Bibbia al una pistola pronta per essere impugnata. Foto potenti, che però non hanno cambiato una virgola  il corso della storia. Hanno solo lasciato traccia per i posteri. Traccia rigorosamente ignorata.

Se proprio dovessimo riflettere sull'argomento, forse è sull'inquietante analogia iconografica  che sottende e accomuna formalmente le immagini di W. Eugene Smith e  Alberto Roveri, che dovremmo porci delle domande.

* Didascalia e immagine tratte da Usate la verità come pregiudizio, William Eugene Smith a cura di Ben Maddow, Jaka Books, 1981.

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venerdì 21 gennaio 2011

Ma che faccia ha Carlina?

L'immagine di Carlina al momento della scomparsa nel 1987 e il photo composite che ricostruisce il suo preumibile aspetto all'età di circa 19 anni.
«Carlina White aveva solo 19 mesi quando venne rapita da un ospedale di Harlem, New York, nell’agosto 1987. Ora la ragazza, con un’inchiesta personale, ha scoperto la sua vera identità e ha potuto ritrovare la sua famiglia.»
L'Unione Sarda

«New York - (Adnkronos) - Era scomparsa il 4 agosto 1987 all'età di 19 giorni, dopo che la madre naturale l'aveva portata all'ospedale di Harlem perché aveva la febbre. Allora si parlò di una misteriosa donna vestita da infermiera, ma le indagini non portarono a nulla. Ora il caso si riapre. La giovane:"Sul sito delle persone scomparse ho trovato una bimba che mi somigliava tantissimo e ho cominciato a dubitare".»
Adnkronos

L'avviso di ricerca di Carlina White
pubblicato da vanishedmissinglost.wordpress.com
«Carlina White fu portata via a 19 giorni di vita da un ospedale di Manhattan, dove era stata ricoverata insieme alla madre perchè febbricitante, il 4 agosto del 1987. Circa due ore dopo l’ammissione, Carlina scomparve dalla culla del reparto di pediatria dove riposava.»
LASTAMPA.it

«WASHINGTON – Carlina White aveva solo 19 mesi quando venne rapita da un ospedale di Harlem, New York, nell’agosto 1987. Ora ha la ragazza, con un’inchiesta personale, ha scoperto la sua vera identità ed ha potuto ritrovare la sua famiglia. Quello di Carlina era un «caso freddo».»
CORRIERE DELLA SERA.it

«Indagando sul web si riconosce in una foto da neonata e ritrova la sua vera famiglia. Singolare storia di una ragazza di 23 anni, Carlina White, che fu portata via a 19 giorni di vita da un ospedale di Manhattan, dove era stata ricoverata insieme alla madre il 4 agosto del 1987.»
TG La7

«Ha impiegato 23 anni a capire che qualcosa non andava nella sua famiglia: tutti troppo diversi da lei. Ha indagato da sola su casi di bambine scomparse, ne ha individuato uno che poteva essere compatibile con la sua età e, dopo un test del Dna, ha avuto la certezza di essere proprio lei la bimba rapita nel 1987 da un ospedale di Harlem. L'incredibile storia viene raccontata dal New York Post che a tutta pagina pubblica le foto della neonata, nonché le foto segnaletiche diffuse allora dalla polizia, e quella della donna come appare oggi. Si tratta di Carlina White e aveva solo 19 mesi quando fu presa da un ospedale di Harlem.»
La Repubblica.it

E qui mi fermo con le citazioni, anche perché per quanto sia poco brillante la mia mente, perfino io ho capito che non saprò mai se questa benedetta ragazzina è scomparsa dall’ospedale a 19 giorni o a 19 mesi. Del resto bisogna anche ammettere che ai fini della storia non è che cambi poi tanto la sostanza. Per quanto riguarda la cronaca la potete desumere dai vari link da cui sono estratte le citazioni qui sopra, ma riguarda la scomparsa di una bambina, Carlina White appunto, dall’ospedale di Harlem nel 1987. Raggiunta l’età della coscienza Carlina, che era stata chiamata Nejdra nel frattempo, pare che abbia iniziato a notare un’assenza totale di affinità con la madre, finché questa non è stata in grado di esibire l’atto di nascita nel momento in cui Carlina-Nejdra pare sia rimasta incinta a sedici anni. I sospetti e le incongruenze si sono fatti talmente forti da spingere la ragazza documentarsi sui siti dedicati alle persone scomparse, finché non ha trovato un’immagine di una bambina in cui si è riconosciuta. Successivi esami del DNA hanno poi confermato il rapporto di parentela con i genitori naturali.

Sì, va bene, ma in un blog di fotografia cosa c’entra?
Si parlava di recente del possibile scostamento dal noema barthesiano, della natura della fotografia digitale/o della natura digitale della fotografia. Bene l’immagine della piccola Carlina era sicuramente un’immagine analogica che ha conosciuto una diffusione digitale attraverso la rete. L’immagine di come avrebbe potuto essere Carlina a un’età di circa 19 anni è un’immagine di sintesi veicolata anch’essa per via digitale. Il photo composite è realizzato presumibilmente con un software in grado di restituire un’immagine in cui le presumibili trasformazioni morfologiche del volto derivanti dal passare degli anni assumono una forma visibile, pur in assenza dell’originale.
Schermata con la seconda foto dedicata alla storia di Carlina White su repubblica.it
Ora leggendo e mediando tra le varie versioni pubblicate, pare che Carlina si sia riconosciuta attraverso le immagini di quando era piccola, cosa più facile da credere di quanto non possa esserlo facendo riferimento al photo composite. Se infatti si assume che nella seconda foto pubblicata nelle mitiche gallerie di repubblica.it sia Carlina al giorno d’oggi, c’è da dire che la rassomiglianza è abbastanza relativa. Riconoscibile è soprattutto la forma delle labbra e forse dell’arcata sopraccigliare.
Ma in realtà non lo sapremo mai con certezza. Se infatti Carlina dopo più di venti anni ha potuto ritrovare i genitori naturali grazie a una foto, noi, grazie alla notoria professionalità con cui sono redatte le gallerie di repubblica.it, non sapremo mai quale sia il volto odierno di Carlina. Del resto si sa che le didascalie in ambito fotogiornalistico sono un optional sgradito..
Schermata dal sito on-line de L'Unione Sarda.
(clicca per ingrandire)

Ma, per fortuna ci sono giornalisti più seri e professionali. Basta buttare un occhio alla versione on-line de l'Unione Sarda. Facile anche verificare le fonti con una semplice ricerca su Goggle Immagini. Ebbene sì la fonte è Facebook.com. Per altro cliccando l'immagine si viene portati alla pagina di tal Lna A. White, che dichiara di essere nata il  24 settembre 1982... Certo io non sono gran che fisionomista e ho scelto di fare il licelo classico perché si aveva poco a che fare con i numeri... ma se Carlina è scomparsa nel 1987, che avesse 19 giorni o 19 mesi, si sicuro non poteva esser nata nel 1982.
A nessuno sorge il sospetto o repubblica.it o a L'unione Sarda abbiamo commesso un errorino?

E se a questo punto dessimomo il via al grande gioco dell'anno: Che faccia ha oggi Carlina?
Schermata dei risultati della ricerca su Goggle Immagini della voce Carlina White. (clicca per ingrandire)

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mercoledì 19 gennaio 2011

Possiamo capire la natura digitale dell'immagine?

Esercizio 21/29 - Cartello di divieto Villasimius (CA). © Silvio Lucchini. (clicca per ingrandire)
«La rivoluzione digitale è davvero epocale in termini di cultura umana. Le sue conseguenze sulla fotografia sono enormi, ma non sono nulla se paragonate alle conseguenze sulla nostra cultura in generale. Ciò di cui sono certo è che chi dice di essere sicuro di sapere dove la rivoluzione digitale ci sta portando, può solo essere sicuro di sbagliarsi. È un fenomeno molto grande, si sta sviluppando molto velocemente, e non possiamo sapere dove ci porterà.»* Così scriveva nel 1998, Peter Galassi, conservatore al Dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art di New York. Ma tredici anni sono tanti considerata la velocità dell'evoluzione delle tecnologie nella nostra epoca. Possiamo dire che ora sappiamo dove ci porterà la fantomatica rivoluzione digitale? Di sicuro forse non ancora, ma qualche certezza in più rispetto alla fine del secolo scorso decisamnte l'abbiamo, non foss'altro perché suffragata da dati di fatto. In fotografia ad esempio è realtà consolidata l'adozione dei processi digitali per la produzione di immagini. Difficile infatti prevedere per i procedimenti di acquisizione analogici, nell'arco di un decennio o due, un seguito troppo diverso da quello che attualmente riscuote il dagherrotipo. 
Ugo Mulas, Verifica n. 5. L'ingrandimento. Il cielo per Nini. © Ugo Mulas,1972. (clicca per ingrandire)
Andreas Müller-Pohle, Digital Score III (after Nicéphore Nièpce). © Andreas Müller-Pohle, 2011. (clicca per ingrandire)
Senza andare a ricercare lontano da casa nostra, la pratica analitica della fotografia messa in atto ne Le verifiche, realizzate tra il 1969 e il 1972 da Ugo Mulas, altro non è se non una ricerca sui dati costitutivi fondamentali del messaggio trasmesso attraverso il medium fotografico. In tempi più recenti autori come Andreas Müller-Pohle o Gianni Comunale (il sito linkato è attualmente inattivo) hanno ripreso a interrogarsi con i loro lavori sulla natura dell'immagine digitale.
 
Gianni Comunale, 7 miliardi di bit (omaggio a Luigi Ghirri)© Gianni Comunale, 2002. (clicca per ingrandire)
Gianni Comunale,
7 miliardi di bit (omaggio a Luigi Ghirri),
dettaglio. © Gianni Comunale, 2002.
(clicca per ingrandire)
Certo si tratta di concettualizzazioni che molto si allontanano dalla pratica fotografica di quel pubblico di appassionati acritici tanto ben descritto da Flusser, ma si tratta di una pratica in realtà accessibile a tutti, a patto di essere disposti ad accettare di mettere in second'ordine la soddisfazione estetica fine a se stessa, mettendosi in gioco per comprendere attraverso l'indagine sulla natura dell'immagine fotografica e delle sue trasformazioni, cosa sta accadendo nella nostra società. Per fortuna non tutti gli appassionati sono acritici, con buona pace di Flusser. Uno potete incontrarlo qui**.






* Peter Galassi, Concerving photography and Presering the Vitality of Culture, citato da Roberta Valtorta in Alterazioni, le materie della fotografia tra analogico e digitale, Museo della Fotografia Contemporanea, Lupetti Editori di Comunicazione, 2006, pag. 13.


** Nel testo pubblicato su IL FOTOGRAFO numero 224 il riferimento è al numero di pagina in cui è pubblicata la cover story intitolata  EXIF TIme -  Dello stato della fotografia amatoriale in Italia, dedicata al lavoro di Silvio Lucchini. Nella pubblicazione sul blog ho preferito indicare il link al sito dell'autore.
EXIF TIme -  Dello stato della fotografia amatoriale in Italia, da IL FOTOGRAFO 224,
cover story dedicata alla ricerca di Silvio Lucchini. (clicca per ingrandire)

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domenica 2 gennaio 2011

Il ritratto di Sakineh... e se...

Schermata dalla home page di Repubblica.it del 2 gennaio 2011 ore 11,01. (clicca per ingrandire)
Nuova speranza per Sakineh "Lapidazione forse annullata".
Beh, menomale. L'immagine pubblica e privata di quella donna mi pare sia stata sfruttata fin troppo e da tutte le parti, che almeno ne esca con la vita salva mi pare il minimo che ci si possa auspicare. Sarà pur vero che è stata accusata di omicidio, ma personalmente non riesco proprio ad accettare la pena di morte, indipendentemente dalla fonte che la commini.
Proviamo a vedere: click.
Schermata dall'articolo pubblicato  Repubblica.it del 2 gennaio 2011 ore 11,01. 
Clickando sul link troverete la pagina modificata con l'aggiunta di testo e altre immagini (ndr ore11,33)
 (clicca per ingrandire)
Poche righe che poco aggiungono a quanto letto in home page. Speriamo che non sia la solita farsa all'interno delle schermaglie comunicative intorno a questo caso. Ma... c'è qualcosa di strano. Torno sulla home page. Click. 
Beh, sì la foto è leggermente differente. Nella home page il volto di Sakineh Mohammadi Ashtiani è rivolto da destra verso sinistra e gli occhi sono socchiusi. Nella pagina che riporta l'articolo invece il volto è girato da sinistra verso destra e gli occhi guardano in macchina. Inoltre porta la mano destra al mento. 
Ma c'è qualcosa di strano... Vuoi vedere che hanno girato la foto? ... Ma come si fa a capirlo concertezza? Mmm, vediamo... il foulard! Trovato: basta guardare i disegni sul foulard... 
Eh no... corrispondono, la foto non l'hanno girata. È Sakineh a essersi voltata. 
Però continua a esserci qualcosa che non mi convince. 
Bah... proviamo a cercare qualche immagine su un motore di ricerca. Sakineh...  mmm, l'onniscente Goggle suggerisce sakineh mohammadi ashtiani... 
Sembra più preciso, seguiamo il consiglio: Click.
La schermata della pagina di ricerca di immagini su Google delle parole chiave sakineh mohammadi ashtiani.
Ecco cosa non mi convinceva! Sakineh è irriconoscibile. Abbiamo incontrato lei e la sua terribile, da qualunque punto di vista la si voglia considerare, storia grazie alla campagna su stampa, televisioni e internet che è stata supportata con l'immagine di una bellissima giovane donna con il velo nero che le incornicia l'ovale del viso.
Eccola qui, guardatela meglio in questa immagine-banner linkata da Ilgiornaleitaloamericano.com.
L'immagine che correda l'articolo Ore disperate pubblicato su ilgiornaleitaloamericano.com
domenica 05 Settembre 2010 alle ore14:45. (clicca per ingrandire)
È proprio Sakineh, come l'abbiamo conosciuta. Di fatto però questa fotografia per l'uso che ne è stato fatto ha smesso di rappresentare la donna Sakineh Mohammadi Ashtiani ed è diventata l'immagine simbolo di una lotta dell'Occidente civilizzato e libertario (?!?) contro un Oriente islamico repressivo e barbaro (?!?).
Ma perché e come questo può essere avvenuto? Perché proprio quell'immagine e non un'altra?
Beh, la prima spiegazione che si può dare è di tipo meccanicistico: perché quella è l'unica fotografia che si poteva reperire quando la notizia ha iniziato a fare il giro del mondo. A vederla sembrerebbe latrice di quell'impianto iconografico tipico delle immagini destinate a certificare l'identità di un cittadino dalle pagine di un documento. E niente di più facile che chi fosse vicino alla donna abbia fatto circolare la prima immagine che gli è capitata sotto mano, magari proprio quella di un vecchio documento o un ritratto fatto chissà quando. 
Sottolineo che non ho indagato sull'origine dell'immagine e che chi ne sapesse di più con certezza è il benvenuto per tutte  le correzioni o specifiche del caso. Ma non è tanto l'origine della fotografia che mi interessa. Quanto il fatto che abbia potuto trasformarsi in altro da ciò per cui era stata scattata.
Proviamo ad analizzarla con calma e forse ci accorgeremo che (casuale o studiato che sia il suo reperimento) di fatto l'immagine ben si presta all'impiego che ne è stato fatto successivamente.
Allora, Sakineh ha gli occhi che guardano dritto verso l'obiettivo. Il suo volto è pervaso di una bellezza medioorientale pulita e indubitabile. Gli zigomi spariscono nel pallore ricercato in fase di ripresa o ottenuto successivamente, rendendo ceruleo il volto e nel suo complesso privo di imperfezioni l'incarnato. Il naso è regolare, la labbra hanno un'espressione seria, ma che suggerisce la frequentazione del sorriso. Il tutto è incorniciato dal tradizionale velo nero. Per noi Occidentali buona parte di questi elementi può inconsciamente richiamare le rappresentazioni agiografiche di santi e  religiosi di vario ordine e grado. Se solo lo sguardo fosse rivolto verso l'alto potremmo estenderci perfino ai mistici.
In ogni caso è sufficiente un'occhiata per individuare un volto di giovane e bella donna e attribuirle i connotati di appartenenza a un'area geo-politico-culturale di matrice islamica grazie all'evidenza del velo nero che le circonda il volto.
Facile quindi che la reazione media di un occidentale sia nell'ordine quella di 
  • schierarsi a favore del soggetto ritratto
  • dimenticare la condanna per uxoricidio
  • identificare nella donna ritratta una vittima del regime islamico in vigore in Iran
  • identificare nella donna ritratta una vittima dell'oppressione femminile imposta dalla religione islamica
  • indirizzare il proprio risentimento nei confronti del mondo islamico, con particolare riferimento all'Iran, stato sovrano in base alle leggi del quale la donna è stata condannata alla lapidazione
Ora senza nulla togliere al valore umano e umanitario delle manifestazioni a favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la domanda che mi pongo è: siamo sicuri che dietro l'impiego massivo di quella immagine ci sia solo la volontà di salvare una donna da una morte orribile e non piuttosto l'obiettivo non dichiarato di creare il maggior consenso possibile all'interno di una campagna contro il pericolo costituito dall'Iran per l'Occidente?
Ovvero l'utilizzo di quell'immagine per iconizzare l'intera vicenda è casuale o è stato perseguito in ragione di un preciso calcolo finalizzato al coinvolgimento di un consenso che provochi il coalizzarsi del maggior numero possibile di persone contro un nemico comune, reale o ipotetico che sia?
E ancora, se tutta la campagna a favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani fosse stata condotta con immagini come quelle pubblicate oggi da repubblica.it, l'impatto emotivo collettivo che la vicenda suscita naturalmente sarebbe risultato rafforzato o indebolito? 

Il manifestino usato dai militanti
di Iran Solidarity nelle manifestazioni.
Lo stesso manifestino ottenuto sostituendo
l'immagine con una più recente di Sakineh.

 

























Ma fate voi stessi un esperimento. È molto probabile che vedendo la foto e il manifestino utilizzato in numerose manifestazioni di piazza a favore di Sakineh, vi siate sentiti coinvolti in prima persona a favore della donna. 
Bene, se così è stato guardate attentamente l'immagine riprodotta qui sopra a sinistra.
Adesso copritela con la mano o con un foglio e osservate l'immagine di destra. Si tratta dello stesso manifestino cui è stata applicata, con approssimazione, dal sottoscritto un'immagine* recente di Sakineh Mohammadi Ashtiani portata in bianconero e invertita di lati per renderla quanto più possibile simile a quella utilizzata nelle campagne contro la lapidazione.
Davvero vi fa lo stesso effetto?

Illazioni? Personalmente non credo. Attenzione però, non voglio certo dire che senza quella fotografia la campagna a favore di Sakineh non avrebbe suscitato lo sdegno del mondo intero o perlomeno di quello occidentale che si sente minacciato dall'Islam. 
Intendo solo dire che anche un'immagine come il ritratto di Sakineh Mohammadi Ashtiani può essere parte integrante di un processo di formazione del consenso popolare e che  analizzandola anche superficialmente sembra difficile ipotizzare come casuale il suo impiego. Soprattutto se si considera il numero impressionante di volte in cui è stata proposta al pubblico/spettatore in un arco di tempo abbastanza limitato.

* Per quanto sono riuscito a ricostruire nei meandri della rete, l'immagine originaria dovrebbe avere come credit Ap/LaPresse.

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sabato 1 gennaio 2011

Watch the Bird(ie)!

Guardate questo filmato. Si tratta di spot pubblicitari Canon della prima metà degli anni Ottanta che vedono come testimonial d'eccezione il fotografo David Burnett.

Montaggio di spot pubblicitari con David Burnett e Larry Bird per Canon T70 (1984)
e Da
vid Burnatt e John Newcombe per Canon AE-1 (1981).
Bene, adesso rileggiamo insieme questo passo (che contiene una frase già citata in una recente in una discussione all'interno di questo blog) tratto da Per una filosofia della fotografia di Vilém Flusser cui avevo dedicato un post.

«Oggi quasi tutti possiedono una macchina fotografica e fanno foto. Così come quasi tutti hanno imparato a scrivere e producono testi. Chi sa scrivere sa anche leggere. Ma chi sa fare foto non deve necessariamente saperle anche decifrare. Per comprendere perché il fotoamatore possa essere un analfabeta fotografico, bisogna considerare la democratizzazione della fotografia - il che renderà allo stesso tempo necessario trattare alcuni aspetti della democrazioa in generale.
Le macchine fotografiche sono acquistate da persone programmate per questo acquisto dagli apparati pubblicitari. La macchina fotografica acquistata sarà l'"ultimo modello": meno costoso, più piccolo, più automatico e più efficiente dei modelli precedenti. Come abbiamo già stabilito, questo progressivo miglioramento dei modelli di macchina fotografica si fonda sul feedback con cui i dilettanti alimentano l'industria fotografica: questa impara automaticamente dal comportamento dei dilettanti (e della stampa specializzata, che le rifornisce costantemente di risultati delle prove). È l'essenza del progresso postindustriale. Gli apparecchi migliorano se stessi grazie al feedback generale.
Benché la macchina fotografica si fondi su principi scientifici e tecnici complessi, è molto semplice farla funzionare. È un giocattolo strutturalmente complesso, ma funzionalmente semplice. In questo, è il contrario del gioco degli scacchi, che è strutturalmente semplice e funzionalmente complesso: le regole sono facili, ma è difficile giocare bene a scacchi. Chi tiene in mano una macchina fotograica può creare fotografie eccellenti, senza avere la minima idea  di quali processi complessi metta in moto schiacciando il pulsante di scatto.
Il dilettante si distingue dal fotografo per la gioia di fronte alla complessità strutturale del suo giocattolo. A differenza del fotografo e del giocatore di scacchi, egli non è alla ricerca di "nuove mosse", di informazioni, dell'improbabile, ma vuole semplificare sempre più la propria funzione grazie a un'automazione sempre più perfetta. L'automaticità dell'apparecchio fotografico, per lui impenetrabile, lo inebria. I circoli di fotoamatori sono luoghi in cui ci si inebria delle complessità strutturali, sono luoghi da trip, fumerie d'oppio postindustriali.
La macchina fotografica esige che chi la possiede (colui che ne è posseduto) continui a scattare foto, a produrre sempre più immagini ridondanti. Questa fotomania dell'eterna ripetizione dell'uguale (o del molto simile) conduce infine a un punto in cui, senza la macchina fotografica, il dilettante si sente cieco: comincia la tossicodipendenza. Il dilettante riesce allora a vedere il mondo soltanto attraverso l'apparecchio e secondo le categorie fotografiche. Egli non è "al di sopra" dell'atto fotografico, ma è divorato dall'avidità del suo apparecchio, è divenuto il prolungamento dell'autoscatto del suo apparecchio. Il suo comportamento è il funzionamento automatico della macchina fotografica»*

A prescindere dal perverso gusto personale che mi ha spinto a pubblicare questo video per il gioco di parole tra l'espressione Watch the Birdie! (guarda l'uccellino) e la frase pronunciata al termine del filmato dedicato alla Canon T70 (Watch the Bird, in cui si allude chiaramente al cognome del noto cestista dei Boston Celtics, Larry Joe Bird, vi invito a rivedere il filmato prestando molta attenzione al testo.

Non avete la sensazione che le riflessioni di Flusser potrebbero tranquillamente essere la didascalia al filmato?
Per esempio nella parte iniziale dello spot della Canon T70, il ruolo di David Burnett è affidato al riconoscimento derivante dalla popolarità del suo volto la voce narrante specifica the superstar Larry Bird and the Canon T70, non the superstar Larry Bird and the photographer David Burnett with Canon T70). L'associazione voluta a livello comunicativo è chiara: anche se non sei bravo, con una macchina come questa potrai fare le foto come un professionista del calibro di David Burnett. Ergo il nome del fotografo scompare nell'enunciato a favore di quello dell'apparecchio che rende tutto semplice anche senza essere in possesso di conoscenze specifiche. La macchina fotografica rende facile realizzare grandi scatti!

Personalmente poi andrei anche un pochino oltre rispetto alla lettura del modello pubblicitario che, peraltro, a distanza di una trentina di anni e abbastanza indipendentemente dal brand che lo propone, non sembra aver cambiato in modo sostanziale le proprie linee guida.
Se si accetta la lettura di Flusser, il divenire appendice della macchina fotografica (piuttosto che il diventare ciechi senza il filtro dell'apparecchio fotografico che però impone il suo modello interpretativo) porta abbastanza facilmente all'enunciazione di una chiara perdita di coscienza da parte di una certa tipologia di fotografi. Ma i fotografi sono anche persone, cittadini... esposti al rischio di contagio massivo dell'atto acritico. In altre parole non è poi così difficile paventare che l'attitudine sviluppata all'atarassia critica promossa dalle aziende finisca per estendersi ad altri settori della vita sociale.
Quanto alle conseguenze... beh, valutate un po' voi... credo che di materiale di studio in giro ce ne sia abbastanza...


*Vilém Flusser, Per una filosofia della fotografia, Bruno Mondadori, 2006; pagine 75-77.

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